L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE: IL CAMBIAMENTO TRA ANTIPOLITICA E POPULISMO

Dicono che siamo di fronte a un imbarbarimento della vita pubblica. Dicono che il successo elettorale della coalizione giallo – verde è la rappresentazione plastica del livellamento verso il basso delle classi dirigenti, dell’affermazione dell’uomo qualunque sulle élite tradizionalmente al potere, della competenza che cede il passo allo slogan, del discorso razionale e analitico che è sopraffatto dal “mi piace” o dal “vaffa”. Ma è davvero repentino e inatteso questo declino? Questa Italia, uscita dalle urne il quattro di marzo, è insomma un’Italia senza padri? La risposta che gira è che l’Italia di oggi è figlia dell’inadeguatezza della classe politica di ieri. E subito ci si attarda affannosamente nell’elenco degli errori (o forse orrori?) delle ultime legislature, quelli di Renzi (basti qui citare la personalizzazione del referendum), del partito democratico (del quale ormai se ne parla, quando se ne parla, quasi sempre al passato: sarà un segno?), di Forza Italia, che ha ormai rovinosamente perso la leadership politico – culturale del centro destra. Qualche analista più attento aggiunge che Lega e Cinque Stelle stanno riscuotendo, con gli interessi, il frutto dell’opposizione (rispettivamente in parlamento e in piazza) al governo Monti. Tutto vero, ma non basta a spiegare lo slittamento verso il basso del discorso politico: come è possibile che, agli occhi della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, sia passato il messaggio che Monti, tirato per la giacca di qua e di là da una classe politica pusillanime e spaventata dalla crisi finanziaria, sia il responsabile (e quasi il regista!) della recessione italiana? Come è possibile che nell’attuale dialogo politico non si senta un discorso chiaro e veritiero sull’andamento storico del debito pubblico italiano, sulla portata che il suo valore attuale ha sulla crescita o sul rischio che esso rappresenta per il sistema Paese? O come è possibile, ancora, che a fronte di un fenomeno così complesso quale quello dell’immigrazione non si riesca ad andare oltre l’impostazione culturale cinica e disumana oggi egemone? In altri termini, ciò che a me pare l’errore fondamentale è leggere l’attuale decadimento sociale e culturale, per non dire antropologico del Paese, esclusivamente come un riflesso della crisi economica e politica italiana. La tendenza a indicare nelle ragioni economiche e nella globalizzazione (che certo permea ormai l’ecumene e pertanto gioca senza dubbio un ruolo decisivo nell’impoverimento del ceto medio occidentale) l’humus che sta portando all’avvizzimento il Paese. Per tali ragioni potrebbe essere opportuno tentare di guardare l’attuale svolgimento storico da una prospettiva più defilata; una prospettiva da cui emerga la necessità di abbinare a un racconto macro economico un racconto storico – culturale; cercare, in altri termini, di non essere schiavi del presente provando a scorgere nel passato (certo inevitabilmente col senno del poi) i segni germinali, magari ancora tenui, dell’attuale temperie socio – culturale. Gli anni che a me paiono decisivi per comprendere la situazione attuale sono quelli che vanno dal ’68 a tangentopoli. L’Italia stava venendo dal boom economico che ha profondamente trasformato il Paese proiettandolo da una dimensione prevalentemente agricola e arretrata alla modernità. E in grande stile: a metà degli anni 70 il PIL pro-capite italiano eguagliò quello del Regno Unito, un dato inaudito, che sarebbe parso impensabile anche al lungimirante Cavour. La crescita dell’economia non si riverberò soltanto sui redditi del ceto medio, ma mutò gli stili di vita, i costumi sociali, le ideologie: in Italia avvenne in ritardo quel fenomeno di industrializzazione e urbanesimo che già si era verificato negli altri Paesi occidentali più avanzati. Tale sviluppo portò per esempio a un radicale rinnovamento dei rapporti di forza all’interno delle dinamiche familiari: laddove in una società prevalentemente agricola gli anziani detengono autorevolezza e potere, poiché in una concezione di tempo ciclico sono i più “sapienti”, avendo vissuto più stagioni; in una società moderna, tecnologica, gli anziani sono portatori di saperi obsoleti e anzi, agli occhi dei figli, sono impacciati, rigidi, spesso una ingombrante zavorra, meno inclini come sono al cambiamento. Anche il sistema dell’istruzione si trovò a subire una trasformazione notevolissima: le università passarono da privilegio per pochi (gli iscritti all’inizio degli anni 60 erano poco più di 300 mila) a fenomeno di massa. Lo straordinario aumento qualitativo produsse la trasformazione qualitativa del sistema dell’istruzione verso un ribaltamento valoriale dal merito alla partecipazione. Da lì in avanti l’aspetto nozionistico e di apprendimento lasciò il posto a categorie quali l’inclusione, la creatività, il dialogo. Lo slittamento in tale direzione fu così perentorio da arrivare a giudicare negativamente lo studio come acquisizione individualistica, perché sospetto di compiacenza verso le “classi borghesi dominanti”. Tale visione si proiettò anche sul corpo docenti; un dato per tutti: alla fine degli anni 70 più dell’80% degli insegnanti di ruolo non elementari erano stati assunti senza concorso. Come si capisce, è di tutta evidenza un apparente paradosso: quel formidabile sviluppo economico, ancorché risultava orientato a un adeguamento alle ideologie capitalistiche, fu letto pressoché unilateralmente all’insegna di un’ideologia di sinistra rivoluzionaria più che progressista (riprendo, non solo qui, alcune brillanti considerazioni di Galli della Loggia). In questo quadro, le feroci tensioni sociali e le lotte sindacali portarono alla degenerazione del welfare in puro assistenzialismo: un fiume di denaro pubblico si riversò sulla società italiana. Basti dire che il debito pubblico, che negli anni 60 si era attestato mediamente attorno al 30% del PIL, in meno di un decennio raddoppiò e, agli inizi degli anni 90, sfondò il tetto del 100%. E in questo quadro ha giocato un ruolo decisivo il grande rinnovamento che si produsse tra gli anni 60 e gli anni 80 all’interno dell’élite del Paese, sempre più espressione di questa declinazione italiana del concetto di modernità. In sostanza nel Paese si è consumata una doppia degenerazione etico – culturale: da un lato, élite allo sbando succubi del potere politico e prive di una loro propria identità; dall’altro, una società civile sempre più vorace di risorse e pertanto incattivita e giustizialista. Il culmine di tale sfacelo fu la scena, emblematica, della contrapposizione tra le due parti, che si svolse il 30 aprile del ’93 davanti all’hotel Raphaël, quando Craxi fu il bersaglio di un vergognoso lancio di monetine. Pur con i dovuti distinguo, quella Italia, quegli italiani, sono forse molto diversi da chi inveisce oggi dietro un monitor? È differente il piano dialettico scelto per il confronto? Non era forse antipolitica anche quell’atteggiamento manettaro che ha liquidato senza troppi complimenti o distinzioni un’intera classe dirigente? E non era populista quella stessa classe dirigente che ha usato denaro pubblico e inflazione come strumento per generare consenso? A me pare che la differenza tra chi ieri si accalcava davanti al Raphaël e chi oggi insulta e minaccia sul web sia data soprattutto dai social media, con il loro dar voce alla frustrazione delle masse. Il male che ci sta portando al declino ha quindi volti nuovi ma radici profonde e il rilevarlo è il primo passo per la costruzione di un patrimonio culturale comune che rappresenti un antidoto a fanatismi o a false retoriche. Altrimenti corriamo il rischio di vedere l’ennesimo “cambiamento”, l’ennesima “nuova” repubblica che si traduce in un eterno avvicendamento di gruppi di potere.

Solo che stavolta non ce lo possiamo permettere.

Corruzione italiana: tra realtà e rappresentazione

L’istituto Eurispes ha presentato lo scorso gennaio un’interessante ricerca: La corruzione tra realtà e rappresentazione. È utile sottolineare che la ricerca, diretta dal magistrato Giovanni Tartaglia Polcini, è stata presentata da nomi di primo piano del mondo della cultura e della giustizia italiana: il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, il presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Cafiero De Raho.

La ricerca mostra che la corruzione rappresentata dai media e percepita dall’opinione pubblica è di gran lunga superiore a quella che realmente affligge il Paese. Naturalmente con questo non si nega l’esistenza o la diffusione di condotte illecite contro la Pubblica Amministrazione, si nega, o perlomeno si prova a mettere in questione, la dilagante opinione corrente secondo cui la situazione italiana sarebbe paragonabile ad alcuni stati centro africani. La realtà è che il tema della corruzione è da almeno un quarentennio terreno di scontro politico privilegiato, divenendo lo strumento più efficace di delegittimazione dell’avversario politico e di costruzione del consenso, oltre che formidabile apripista per molte carriere di tanti giornalisti e commentatori televisivi, da tangentopoli in avanti. In un tale, fosco, quadro va letta la normativa smodatamente punitiva promossa dall’attuale governo giallo – verde secondo cui, ai fini del trattamento penitenziario ostativo alle misure alternative al carcere, la corruzione è addirittura equiparata ai reati di mafia e di terrorismo.

Riguardo tale aberrazione, a me pare che parole definitive siano state pronunciate dall’avv. Gian Domenico Caiazza (presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane) nella sua rubrica il rovescio del diritto su radio radicale il 19.01.2019: “Il diritto è un ecosistema che si regge su equilibri intangibili, alterare i quali equivale ad alterare l’intero sistema: se equipari nel giudizio di disvalore che un sistema penale attribuisce ai nostri comportamenti illeciti la corruzione di un vigile urbano, perché chiuda un occhio sulle condizioni igieniche della mia gelateria, alla costituzione di una sanguinaria cosca mafiosa, stai semplicemente sfasciando il sistema [il sistema del diritto italiano]. Sfascia – diritto altro che spazza – corrotti”.

Tanto premesso, di seguito si riporta il comunicato stampa dell’Eurispes relativo alla ricerca sulla corruzione e si rimanda direttamente al sito https://eurispes.eu/ per la lettura del documento completo.

COMUNICATO STAMPA EURISPES

La corruzione tra realtà e rappresentazione.

Ovvero come si può alterare la reputazione di un Paese

La ricerca Eurispes basata sull’“econometria” della corruzione

Dipingere un paese come corrotto o anche più corrotto di quanto realmente non sia può avere effetti diretti e indiretti sull’economia. Per questo, la costruzione di indicatori validi ed efficaci a rappresentare i molteplici aspetti relativi al fenomeno “corruzione” integra il primo ed essenziale passo verso il controllo, la prevenzione e il contrasto; senza misure accurate e affidabili non solo diventa difficile cogliere l’estensione e l’ordine di grandezza del fenomeno, ma anche indirizzare strategie di intervento istituzionale e politico di contrasto e repressione.

L’econometria della corruzione è alla base della ricerca “La corruzione tra realtà e rappresentazione. Ovvero: come si può alterare la reputazione di un Paese”, curata da Giovanni Tartaglia Polcini per l’Eurispes, che si è posta l’obiettivo di verificare la fondatezza del giudizio espresso nei confronti dell’Italia dai più comuni indicatori di natura percettiva diffusi sul piano globale.

La ricerca è stata presentata presso Palazzo Altieri dal Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, il Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Cafiero De Raho.

La portata del fenomeno “corruzione”

Per la Banca Mondiale, la corruzione è il maggiore ostacolo allo sviluppo economico e sociale dei paesi. Nel 2010 si è stimato che la corruzione riduce il tasso di crescita di 0,5-1,0 punti percentuali per anno. La stessa OCSE ha voluto studiare ed approfondire le conseguenze delCorruption Perception Index sull’andamento delle economie dei paesi. Ad un indice basso corrispondono minore affidabilità̀, minore attrattività per gli investimenti, tassi di interesse maggiori, danni di immagine e reputazionali su larga scala.

L’Italia nelle classifiche internazionali: la sindrome del Botswana

L’Italia, negli indici internazionali, si colloca in posizioni molto più basse di quanto non meriterebbe il suo status di paese democratico e di potenza mondiale, tra i primi dieci grandi paesi al mondo per il Pil pro capite. Essa si colloca, infatti, al 46° posto nell’indice di competitività (2007), al 53° nell’indice Doing business (2008), al 41° nel CPI (2007), al 60° nell’Index of Economic Freedom (2006), addirittura all’84° nelGlobal Gender Gap Index (2007).

L’Italia, in àmbito OCSE, è il Paese con la più alta corruzione percepita (circa 90%) e con una fiducia nel Governo superiore al 30%, più alta di quella di Grecia, Portogallo, Spagna e Slovenia nonostante questi paesi abbiano una percezione della corruzione inferiore a quella italiana (tra l ́80% e il 90%).

Qualcuno definisce questo fenomeno “sindrome del Botswana”, inteso come tendenza ad accostare il nostro Paese a Stati difficilmente assimilabili all’Italia per livello di benessere e di ricchezza.

Nell’ultima graduatoria di Transparency International, basata proprio su un indice di percezione, risultiamo al 69° posto con l’85% degli italiani convinti che Istituzioni e politici siano corrotti. Ma, alla domanda specifica, posta a un campione di cittadini, se negli ultimi 12 mesi avessero vissuto, direttamente o tramite un membro della propria famiglia, un caso di corruzione, la risposta è stata negativa nella stragrande maggioranza dei casi, in linea con le altre nazioni sviluppate.

Le classifiche internazionali, sono basate per lo più su misurazioni soggettive, ovvero sulla percezione del fenomeno. Secondo la ricerca svolta da Tartaglia Polcini, «il rating attribuito all’Italia è spesso ingeneroso, se non a tratti errato, con notevoli conseguenze anche sul piano macro-economico».

Il sistema Italia e il Paradosso di Trocadero

Il sistema giuridico italiano ha alcune peculiarità ordinamentali che lo caratterizzano: l’autonomia del pubblico ministero, l’indipendenza della Magistratura in genere, l’obbligatorietà dell’azione penale, l’assoluta libertà di stampa in ordine alla pubblicazione anche delle notizie di reato fin dalle prime battute dell’indagine.

Nel nostro ordinamento, inoltre, l’indipendenza assoluta dell’Autorità Nazionale Anticorruzione che si è aggiunta, sul piano preventivo a quella costituzionale della Magistratura, sul piano repressivo, assicura una risposta significativa al fenomeno: le condizioni elencate devono, di conseguenza, essere considerate parametri decisivi per la misurazione della corruzione.

Quello che si verifica in Italia è il “Paradosso di Trocadero”: più si perseguono i fenomeni corruttivi sul piano della prevenzione e le fattispecie di reato sul piano della repressione, maggiore è la percezione del fenomeno. L’effetto distorsivo collegato a questo assunto ha concorso a penalizzare soprattutto gli ordinamenti più attivi dal punto di vista della reazione alla corruzione in tutte le sue forme.

Dalla distorsione si è passati al paradosso vero e proprio quando sono stati comparati ordinamenti, dal punto di vista della percezione della corruzione, senza tenere conto di quelle che erano le relative caratteristiche istituzionali e processual-penalistiche.

Gli indici di misurazione della corruzione

Gli indici di misurazione della corruzione vengono distinti in due categorie: indicatori soggettivi (o percettivi) e indicatori oggettivi.

Gli indicatori soggettivi si fondano, per lo più, su sondaggi basati su campioni estratti dalla popolazione di riferimento, oppure su indagini ad hoc condotte su esperti. Indicatori di questo tipo sono il Corruption Perception Index elaborato da Transparency International, il Control of Corruption Index predisposto dalla Banca Mondiale, il Global Competitiveness Index proposto dal World Economic Forum e l’Eurobarometer elaborato dalla Commissione Europea.

Gli indicatori oggettivi di corruzione sono basati ancora su indagini campionarie, sulla valutazione di proxy (per esempio, i valori osservati nel tempo nel rapporto tra spesa e capitale pubblico) ma anche su statistiche giudiziarie, sulle dichiarazioni dirette di chi ha ricevuto richiesta di pagare una tangente (indagini di vittimizzazione), su rilevazioni fattuali di scostamenti tra costi e output (missing expenditure) o, infine, su audit condotti presso le amministrazioni pubbliche.

Gli indicatori di tipo oggettivo possono generare una sottostima del fenomeno ogniqualvolta i crimini non vengono scoperti, denunciati e/o perseguiti. Inoltre, gli indicatori di tipo giudiziario soffrono di un forte ritardo temporale rispetto al momento in cui il reato è stato commesso.

L’indice di percezione della corruzione è destinato a segnare il passo: si apre lo spazio doveroso e necessario per una econometria del diritto, per la giurimetrica della misurazione della corruzione, per una più realistica comparazione tra sistemi.

La prevenzione della corruzione postula la sussistenza di alcune condizioni fondamentali: tra esse, la misurazione e la valutazione dell’entità del fenomeno.

Emerge quindi la necessità di ridefinire una serie di indicatori accurati e condivisi sul piano internazionale, in grado di sostenere una comparazione dei dati fra paesi affidabile sul piano ontologico ed utile sotto il profilo operativo/funzionale. Si deve dunque propendere per una ricerca di un indicatore composito.

Il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha spiegato la genesi della ricerca, i suoi obiettivi e il risultato raggiunto: «I risultati dello studio mettono in forte discussione i percorsi attraverso i quali si anima il dibattito in corso, aprono uno squarcio per future iniziative e spingono ad una seria ed importante riflessione. Anche se si trattasse solo di un sasso nell’ingranaggio delle eccessive semplificazioni questo sarebbe già un risultato accettabile». Ed ha sottolineato: «Ovviamente, non intendiamo sostenere che l’Italia sia immune dalla corruzione o che la corruzione stessa non ne abbia caratterizzato la storia antica e recente. Ciò che vogliamo, invece, fortemente affermare è che il nostro Paese è anche meno corrotto degli altri, che reagisce alla corruzione più degli altri, che non la tollera e che combatte il malaffare ed oggi lo previene anche meglio degli altri».

Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, spiega nella prefazione: «Il tasso di corruzione di una nazione investe direttamente la credibilità delle sue Istituzioni e da un punto di vista politico, dunque, determinare con una certa attendibilità le dimensioni che il fenomeno assume, è innanzitutto una “pagella” su un Paese e sulla sua classe dirigente. C’è poi un aspetto economico, ancora più rilevante».

Aggiunge: «Il pregio principale della ricerca è proprio l’inquadramento del problema in una prospettiva comparata. La difformità esistente fra le varie nazioni (di ordinamento giuridico in primo luogo, ma anche terminologica) non è difatti soltanto uno dei principali ostacoli alla “costruzione” di indicatori di corruzione universalmente validi. Legato a questo aspetto vi è il vero punto centrale della questione: la scarsa affidabilità degli indici di percezione, poiché non misurano il fenomeno ma solo l’impressione che se ne ha».

I 5 stelle e il possibile scacco a Salvini sul caso Diciotti

Dopo le regionali in Abruzzo, acquista ancora più peso il posizionamento dei 5 stelle in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere sul caso Salvini – Diciotti.

L’imbarazzo del movimento è evidente: checché ne dicano i vertici, il respingimento dell’autorizzazione rappresenterebbe la sconfessione del caratteristico tratto giacobino e illiberale del movimento. D’altro canto, dare il via libera al processo non sarebbe privo di controindicazioni in termini di consenso, non solo e non tanto nei confronti della base elettorale, quanto piuttosto nei confronti di un’opinione pubblica verso cui i 5 stelle stanno perdendo sempre più di mordente.

Il movimento è quindi di fronte a un’insanabile aporia? A dire il vero no e di seguito mi diverto a indicare una soluzione possibile, decisamente machiavellica.

In primis, Di Maio, Conte e Toninelli dovrebbero portare alle estreme conseguenze il loro sostegno politico a Salvini, presentandosi di fronte al Tribunale dei Ministri di Catania e autodenunciandosi. In tal modo si farebbero formalmente carico della scelta del Governo sul caso Diciotti e il Tribunale dovrebbe discutere verosimilmente l’opportunità di estendere anche a loro l’imputazione di sequestro di persona. Da tale posizione moralmente inattaccabile, chiedendo innanzitutto per loro l’autorizzazione a procedere, costringerebbero finalmente Salvini a inseguirli sul loro campo: egli, per non perdere la faccia, dovrebbe portare la Lega su quelle stesse posizioni.

Di più. Nel caso di una sentenza di condanna in primo grado, la legge Severino estrometterebbe in blocco tutti i suddetti membri del Governo, cosa che comporterebbe il vantaggio, per i 5 stelle, di far fuori Salvini al prezzo, esiguo, di estromettere Di Maio e Toninelli dalla sfera politica. Di Maio e Toninelli, infatti, al contrario di Salvini, non sarebbero comunque più presentabili per la regola interna della doppia legislatura.