Da una lettera di Petrarca a Giovanni Anchiseo

Ma, perché tu non mi creda libero ormai da tutti gli umani errori, sappi che ancora mi possiede una insaziabile brama, che fino ad oggi non ho potuto davvero né voluto frenare: infatti mi scuso entro di me col dirmi che la brama di cose degne non è da ritenersi indegna. Aspetti che io ti dica di che genere di malattia si tratta?

Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto se stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l’uno fa venire il desiderio dell’altro.

Il pacifismo pilatesco

Ho letto un interessante articolo di Salvatore Merlo, dove si ricordava la definizione che Marco Pannella dava del pacifismo: la peste del Novecento. Il nonviolento Pannella aggiungeva che “se il nazismo e il comunismo sono stati messi al bando, ebbene il pacifismo merita di accompagnarli. Niente altro nella storia del Novecento ha prodotto così tanti morti”. A chi si meraviglia che un nonviolento possa avere tanto in spregio il pacifismo, ricordo quanto ha scritto lo storico Torri a proposito di Gandhi che certo guerrafondaio non era: “La filosofia gandhiana della non violenza non prevede la resa, è una filosofia di lotta destinata a durare nel tempo e ad avere effetti solo a lungo termine”. Nonviolenza e pacifismo sono dunque cose abissalmente diverse. Secondo Gandhi la nonviolenza non è mai viltà: “Credo che nel caso che l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. Ad esempio quando mio figlio maggiore mi chiese quello che avrei dovuto fare se fosse stato presente quando nel 1908 fui aggredito e quasi ucciso, se avesse dovuto fuggire e vedermi uccidere oppure avesse dovuto usare la sua forza fisica, come avrebbe potuto e voluto, e difendermi, io risposi che sarebbe stato suo diritto di difendermi anche facendo ricorso alla violenza. In base a questo stesso principio ho partecipato alla guerra contro i boeri, alla cosiddetta ribellione degli zulù e all’ultima guerra. E sempre per questo stesso principio mi sono dichiarato favorevole all’addestramento militare di coloro che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che, in modo codardo, divenisse o rimanesse testimone impotente del proprio disonore. Tuttavia sono convinto che la non-violenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più virile della punizione. La clemenza nobilita il soldato. Ma si ha vera clemenza soltanto quando esiste il potere di punizione; essa è priva di senso quando proviene da una creatura impotente. È difficile che un topo perdoni un gatto mentre viene fatto a pezzi da questo”.

Ma non voglio dilungarmi a parlare dei prezzolati del regime putiniano che sono dappertutto nei talk show televisivi e sui quotidiani e che nonostante questo hanno la spudoratezza di definire le loro ridicole opinioni controcorrente. E non voglio perdere tempo con gli utili idioti del putinismo che per ignoranza, viltà o antiamericanismo, farneticano con i loro né – né in un McDonald di provincia.

A quelli che vedono nella guerra di Putin una reazione alla tracotanza dell’Occidente vorrei ricordare la distruzione della Cecenia e quella della Siria. Il Putin di oggi viene proprio dall’arrendevolezza e dalla viltà dell’Occidente, non dal suo contrario: “per quanto tempo può un uomo girare la sua testa fingendo di non vedere?”.

Putin agli inizi del duemila ha raso al suolo Grozny e annientato la minuscola repubblica cecena (che pure aveva inflitto all’Armata rossa una sconfitta umiliante, in quella che si chiamò prima guerra cecena, per distinguerla dalla seconda, il massacro di Putin). I ceceni di oggi, lo ha detto bene Sofri, “quelli che infieriscono a Mariupol sono la schiuma ultima, la feccia, di un popolo che fu fiero e intrepido. (…) La diaspora di quel popolo intrepido è stata terribile, e la sua tragedia peggiore fu il tradimento e la rivalità fratricida. Avevano fieramente sognato l’indipendenza del Caucaso del nord, diventarono islamisti e terroristi”.

Dopo, il dittatore russo per aiutare il suo amico Assad si è dedicato alla Siria. Riporto di seguito la traduzione di Rita Baldasarre del tremendo atto di accusa scritto da Bernard Henri Levy all’indomani dello sterminio di quella città, anche lì non facemmo nulla, anzi ci voltammo dall’altra parte, ma non bastò per fermare il carnefice.

«La piramide dei martiri affligge la terra». Il verso del poeta René Char è uno schiaffo in pieno viso mentre leggo le notizie provenienti da Aleppo. E mi vergogno. Non mi vergogno di Vladimir Putin, questo piccolo zar volgare, capo di Stato canaglia, che tra un servizio fotografico e un’ostentazione di testosterone spedisce i suoi aerei a bombardare le rovine della città. Aleppo, per lui, altro non è che uno fra i tanti palcoscenici del suo narcisismo esasperato e, in fondo, egli resta fedele al suo ruolo. Non mi vergogno di Assad, una grande sagoma incolore in cui si annida l’anima più abietta, nera e vigliacca tra quelle dei peggiori criminali della nostra epoca. Un personaggio come lui da molto tempo ormai ha cessato di far parte del genere umano, e al momento opportuno verrà chiamato a rispondere davanti alla giustizia degli uomini dei suoi reati contro l’umanità.

No, mi vergogno piuttosto di me stesso, perché dopo aver supplicato, urlato nel deserto e scritto innumerevoli appelli oggi mi ritrovo a contemplare la mia impotenza e a inghiottire la mia rabbia fredda, dopo tanti moniti lanciati invano. Mi vergogno, però, anche di voi, di noi tutti, perché oggi, in questo mondo del 2016, ci sono uomini inseguiti e cacciati come prede, degli esseri che devono pagare perché hanno ancora due gambe, due braccia e una testa al posto di un ammasso di carne, di brandelli di corpi e grovigli di budella in cui li si vuole ridurre, e davanti a tutto questo noi non abbiamo trovato niente da fare, né da dire, e nemmeno da ridire.

Mi vergogno perché ci sono, su questa terra, uomini che non possono più pensare, nè amare, nè sperare, ma soltanto tremare, tremare incessantemente; soltanto fuggire, e continuare a fuggire; fare da scudo con i loro corpi ai propri figli, per ripararli dal fuoco o dal gas che non darà loro scampo. Davanti a un simile spettacolo, noi siamo come dei testimoni che non sanno più se tacere o se non ascoltare. Effetto della «de-realtà»? Alla fine ci siamo assuefatti alla sofferenza degli altri? O ci troviamo forse ai giochi circensi? L’inconfessabile compiacimento nel veder agonizzare degli omuncoli laggiù, mentre noi, dalle tribune, ci dimentichiamo di alzare il pollice? O che non sia forse quella specie di sollievo che si prova quando ci si sente al caldo, a casa propria, mentre fuori piove a dirotto — tranne che, laggiù, piovono bombe?

Mi vergogno delle notizie trasmesse alla radio e alla televisione; mi vergogno dei commenti narcotizzati, delle analisi sempre uguali; mi vergogno dei loro esperti annoiati, falsi conoscitori dei fatti, che si guardano bene dal cedere alla rabbia e al panico. Mi vergogno perché a un certo punto la banalità superflua dei notiziari (morte, morte e ancora morte) finisce col trasformare tutti noi che parliamo e tutti noi che ascoltiamo in complici.

Mi vergogno dell’Onu, la cui risoluzione arriva nel preciso istante in cui tutto è finito e tutti sanno che non resta più niente da fare se non la conta dei morti, e subito dopo quella dei «profughi». Mi vergogno di questa nuova Società delle Nazioni e della sua perenne codardia alla Chamberlain, mentre vengono mitragliati, massacrati e dissanguati i nostri fratelli di umanità, oggi ad Aleppo, domani a Idlib. Mi vergogno di quei mostri gelidi, cinesi e russi, membri del Consiglio cosiddetto di Sicurezza, che hanno avuto il coraggio di mettere il veto, mentre gli aerei, in tutta calma, bombardano a tappeto un quartiere dopo l’altro, isolato dopo isolato, mentre i bersagli cadono, esplodono, si sbriciolano, mentre uomini, donne e bambini si aggrovigliano in un abbraccio mortale e i superstiti, quando ce ne sono, ripescati da quel mare di sangue, vengono spediti nelle camere di tortura o eliminati.

Provo vergogna, e dolore, per gli altri, per tutti coloro che hanno tentato di salvare l’onore pronunciando l’ennesimo discorso di indignazione e di condanna; provo vergogna per gli ambasciatori che hanno fatto di tutto, in quella cittadella infame che è diventata oggi la sede newyorkese dell’Onu, per scuotere gli uomini di ghiaccio e impedir loro, stavolta, di alzare la mano grassoccia che dice che no, in fin dei conti non c’è niente di male a trasformare in brandelli decine di migliaia di corpi. Che cosa succede nelle loro teste in quel momento? Chi si sente peggio, il funzionario della morte che vota senza emozione il proseguimento della carneficina, oppure l’uomo di buona volontà che si è dato da fare per mettervi fine, ma è stato costretto a rassegnarsi? E come si vive, dopo una notte trascorsa a osservare coloro che hanno messo il veto, ovvero messo le bombe, mentre bocciano per l’ennesima volta, in un rituale ordinato come una sessione di tortura, il vostro appello all’ultima possibilità, per poi scoprire all’alba, rientrando a casa, di avere il passo pesante: la pesantezza della poltiglia umana che vi è rimasta incollata alle suole delle scarpe e non vi abbandona più?

Mi vergogno di Barack Obama e della sua politica della linea rossa, rinnegata il 30 agosto del 2013, in una palinodia che ha lasciato di stucco i suoi alleati. Non poteva indovinare un termine migliore: era rossa la sua linea, ma come un filo di sangue. Mi vergogno di Donald Trump, che ha scoperto le carte e dichiarato che tutti quei giovani sospesi tra la vita e la morte che continuano, tremando, a diffondere su YouTube le loro povere testimonianze, trovando ancora la forza di rivolgerci il loro piccolo «grazie», sarebbero stati oggetto di contrattazione — così si è espresso — con il suo amico Putin.

Mi vergogno della scarsa maggioranza di coloro che devo ancora, a quanto pare, chiamare miei concittadini, i quali secondo gli ultimi sondaggi giudicano che Assad, questo assassino ancora descritto, agli inizi del suo regno, come uomo gentile, timido e debole, un uomo che non voleva essere re, e a maggior ragione, si suppone, tiranno, questa versione moderna di un Edoardo VIII che avrebbe potuto salire al trono per consegnare il suo Paese a Hitler, questo mostro radical chic, questo Pol Pot del jet-set, che costui resta comunque il male minore davanti alla minaccia dell’Isis… Mi vergogno del candidato alla presidenza francese François Fillon, che ci tiene a spiegare che la mattanza di Aleppo rientra nel prezzo da pagare per sconfiggere il terrorismo.

Mi vergogno di tutto ciò, perché indubbiamente abbiamo le televisioni, le voci, i parlamentari e i candidati che ci meritiamo. Siamo dei disfattisti, mentre ci crediamo uomini di pace. Siamo degli europei sazi, che rinnegano i loro valori, mentre viene perpetrato il primo immenso crimine contro l’umanità del XXI secolo — un crimine contro ognuno di noi. Noi siamo i contemporanei di questa ecatombe, e come accadde davanti alle grida uscite ieri dai campi di sterminio, pochissimi di noi hanno il coraggio di invocare che si faccia guerra alla guerra e che si distruggano i bombardieri portatori di distruzione. La piramide dei martiri affligge la terra, sì. E la terra geme e soffre. A questo siamo arrivati.

J’Accuse…!

Il film “L’ufficiale e la spia” di Roman Polański è l’occasione per rileggere lo straordinario e imperituro atto di accusa sul caso Dreyfus del grande intellettuale e scrittore francese Zola che, sotto forma di lettera al Presidente della Repubblica, fu pubblicato sul giornale socialista L’AURORE IL 13.01.1898.

Prima pagina del giornale L’AURORE del giorno 13.01.1898

“Mi permette, Signor presidente, nella mia gratitudine per la benevola accoglienza che Ella un giorno m’ha riservato, di darmi pensiero della Sua gloria e di dirle che la Sua stella, finora così luminosa, è minacciata da una macchia assolutamente vergognosa e incancellabile?
Ella è uscito sano e salvo dalle vili calunnie, ha conquistato i cuori. È apparso raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa è stata per la Francia, e ora prepara a presiedere al trionfo solenne della nostra Esposizione universale che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di verità e di libertà. Ma che macchia di fango sul Suo nome – starei per dire sul Suo regno – rappresenta questo abominevole caso Dreyfus! Un tribunale militare ha appena osato, in seguito a un ordine, assolvere un Esterhazy, schiaffo supremo a qualsiasi verità, a qualsiasi giustizia. E’ finita, la Francia ha sul volto questa sozzura, la storia scriverà che proprio sotto la sua presidenza è stato possibile commettere un crimine del genere.
Poiché essi hanno osato, oserò anch’io. La verità io la dirò, perché ho promesso di dirla, se la giustizia, dopo regolare processo, non l’avesse acclarata, piena e intera. E’ mio dovere parlare, non intendo rendermi complice. Le mie notti sarebbero ossessionate dallo spettro dell’innocente che espia laggiù, con la tortura più orribile, un crimine che non ha commesso.
È a Lei, Signor presidente, che io la griderò questa verità e con tutta la forza della mia ribellione di galantuomo. Per il Suo onore, sono convinto che Ella la ignori. E a chi potrei mai denunciare la turba malefica dei veri colpevoli se non a Lei, primo magistrato del paese?

Prima di tutto, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus.
Un individuo nefasto ha diretto tutto, ha fatto tutto, ed è il tenente colonnello du Paty de Clam, allora semplice comandante. Il caso Dreyfus è lui; un caso che sarà possibile comprendere soltanto dopo che un’inchiesta leale avrà stabilito con esattezza le azioni e le responsabilità di costui. Appare come un animo quanto mai fumoso, quanto mai complicato, con l’ossessione degli intrighi romanzeschi, che si compiace dei mezzi cari al romanzo d’appendice, i documenti rubati, le lettere anonime, gli appuntamenti in luoghi appartati, donne misteriose che riferiscono, di notte, prove schiaccianti. E’ lui quello che ebbe l’idea di dettare il bordereau a Dreyfus; è lui quello che sognava di chiuderlo dentro una stanza completamente rivestita di vetri per osservarlo; è lui quello che il comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna cieca, deciso a farsi introdurre nella cella dell’accusato immerso nel sonno, per proiettargli sul viso un brusco fiotto di luce e smascherare così il suo crimine, nella confusione del risveglio. E non occorre che io dica tutto, chi vuole cerchi, e troverà. Mi limito a dichiarare che il comandante du Paty de Clam, incaricato di istruire il caso Dreyfus come ufficiale giudiziario, è, in ordine di date e di responsabilità, il primo colpevole del tremendo errore giudiziario che è stato commesso.
Il bordereau era già da qualche tempo nelle mani del colonnello Sandherr, direttore dell’ufficio informazioni, in seguito morto di paralisi. Avvenivano “fughe”, sparivano carte, come ne spariscono ancor oggi; e l’autore del bordereau era ricercato, quando a poco a poco nacque l’idea, a priori, il concetto che quell’autore altri non potesse essere che un ufficiale dello Stato maggiore e per di più di artiglieria: doppio errore manifesto, che mostra con quale superficialità era stato studiato quel bordereau, poiché un esame ragionato dimostra che doveva invece trattarsi di un ufficiale di fanteria.
Si cercava dunque in casa, si esaminavano le grafie, era un po’ un affare di famiglia, un traditore da smascherare entro gli uffici stessi, per espellerlo. Ed ecco, senza ripercorrere qui per intero una storia in parte già nota, che non appena un primo sospetto cade su Dreyfus, entra in scena il comandante du Paty de Clam. Da quel momento, è lui che inventa Dreyfus, il caso diventa il suo caso, egli si dice sicuro di confondere il traditore, di indurlo a rendere piena confessione. C’è anche il ministro della Guerra, generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il capo dello Stato maggiore, generale de Boisdeffre, che sembra abbia ceduto al suo fanatismo clericale, e il vicecapo dello Stato maggiore, generale Gonse, la cui coscienza si è adattata facilmente a una quantità di cose.
Ma, in sostanza, da principio c’è soltanto il comandante du Paty de Clam, che li manovra tutti, li ipnotizza, visto che si occupa anche di spiritismo, di occultismo, e conversa con gli spiriti. Sembrerebbero inconcepibili le esperienze alle quali ha sottoposto il malcapitato Dreyfus, i tranelli in cui ha cercato di farlo cadere, le inchieste folli, le fantasie mostruose, frutto di una demenza straziante.
Ah! questa prima fase è un incubo, per chi ne conosce veramente i dettagli! Il comandante du Paty de Clam arresta Dreyfus, lo mette in cella di rigore. Corre a casa della signora Dreyfus, la terrorizza, le dice che, se lei parla, suo marito è perduto. Nel frattempo, l’infelice si strappava i capelli, urlava la sua innocenza. E l’istruttoria è stata condotta così, come in una cronaca del quindicesimo secolo, nel più assoluto mistero, con la complicazione di truci espedienti, il tutto basato su un’unica accusa infantile, quel ridicolo bordereau, che era soltanto un volgare tradimento, ma era anche una frode di impudenza inaudita, perché i famosi segreti venduti erano tutti, o quasi, privi di valore. Se insisto, è perché è qui il nocciolo dal quale uscirà in seguito il vero crimine, lo spaventoso rifiuto di giustizia di cui la Francia è malata. Vorrei far toccare con mano come si è potuto produrre l’errore giudiziario, come esso sia nato dalle macchinazioni del comandante da Paty de Clam, come il generale Mercier, i generali de Boisdeffre e Gonse abbiano potuto lasciarsi invischiare, abbiano potuto impegnare un po’ alla volta la loro responsabilità in questo errore che, in seguito, hanno ritenuto loro dovere imporre come verità sacrosanta, una verità da non mettere neppure in discussione. All’inizio, quindi, da parte loro vi è stata soltanto incuria e mancanza d’intelligenza. Tutt’al più, si ha l’impressione che abbiano ceduto al fanatismo religioso dell’ambiente e ai pregiudizi dello spirito di corpo. Hanno lasciato commettere una bestialità.
Ma ecco Dreyfus davanti al tribunale militare. Si esige nel modo più assoluto che l’udienza sia a porte chiuse. Neppure se un traditore avesse aperto le frontiere al nemico, per condurre l’Imperatore tedesco fino a Notre Dame, si sarebbero prese misure di silenzio e di mistero così rigorose. La nazione è allibita per lo stupore; sente voci di fatti terribili, di tradimenti mostruosi, tali da indignare la storia; e, naturalmente, s’inchina. Non c’è castigo che le sembri abbastanza severo, applaude alla degradazione pubblica, approva che il colpevole resti sulla sua rupe d’infamia, divorato dai rimorsi. Sono vere le cose indicibili, pericolose, capaci di mettere in fiamme l’Europa, che è stato necessario seppellire con cura dietro quelle porte chiuse? Macché! dietro quelle porte, c’era soltanto la fantasia romanzesca e demente del comandante da Paty de Clam. Tanta messinscena al solo scopo di nascondere un assurdo romanzo d’appendice. Per assicurarsene, basta leggere con attenzione l’atto d’accusa, letto davanti al tribunale militare.
Ah! l’inconsistenza di quell’atto d’accusa! Che si sia potuto condannare qualcuno in base a un atto come quello, è un autentico prodigio d’iniquità. Sfido la gente onesta a leggerlo senza fremere d’indignazione e senza levare un grido di rivolta al pensiero dell’espiazione smisurata, laggiù all’isola del Diavolo. Dreyfus conosce diverse lingue, delitto; in casa sua non si sono trovate carte compromettenti, delitto; si reca talvolta nel suo paese d’origine, delitto; è laborioso, si preoccupa di sapere tutto, delitto; non si scompone, delitto; si scompone, delitto. E le ingenuità di redazione, le asserzioni formali campate in aria! Avevamo sentito parlare di quattordici capi d’accusa: stringi stringi, ne troviamo uno solo, quello del bordereau; e veniamo addirittura a sapere che gli esperti non erano d’accordo, che uno di loro, Gobert, è stato strapazzato militarmente per essersi permesso di non concludere nel senso desiderato. Si è anche parlato di ventitré ufficiali che avevano contribuito a schiacciare Dreyfus con la loro testimonianza. Non conosciamo ancora i loro interrogatori, ma è certo che non tutti l’avevano accusato; e non va dimenticato, inoltre, che appartenevano tutti agli uffici del ministero della Guerra. Un processo di famiglia, insomma, svoltosi tra quattro mura, ed è bene tenerlo presente; lo Stato maggiore ha voluto il processo, ha giudicato e ha appena finito di giudicare per la seconda volta.
Come dicevo, non resta che il bordereau, sul quale gli esperti non si sono trovati d’accordo. Si dice che, in camera di consiglio, i giudici intendessero assolvere, naturalmente. E, di conseguenza, è più che comprensibile l’ostinazione disperata con la quale, per giustificare la condanna, si afferma oggi l’esistenza di un documento segreto, schiacciante, il documento che non è possibile mostrare, che legittima tutto, davanti al quale dobbiamo inchinarci, il buon Dio invisibile e inconoscibile. Io lo nego, questo documento, lo nego con tutte le mie forze! Un ridicolo pezzo di carta, sì, in cui forse si parla di donnicciole, e in cui si accenna a un certo D. divenuto troppo esigente: qualche marito, scommetto, che accampava pretese perché la moglie non gli veniva pagata a sufficienza. Ma un documento interessante ai fini della difesa nazionale, che sarebbe impossibile produrre senza che all’indomani venisse dichiarata la guerra, no, no! è una menzogna! E una menzogna tanto più odiosa e cinica in quanto costoro mentono impunemente senza che sia possibile accusarli di falso. Ammutinando la Francia, si nascondono dietro il suo legittimo turbamento, sconvolgono i cuori e pervertono gli spiriti pur di chiudere le bocche. Non esiste crimine civico peggiore di questo. Ecco, Signor presidente, i fatti che spiegano come si sia potuto commettere un errore giudiziario; e le prove morali, le condizioni patrimoniali di Dreyfus, l’assenza di moventi, il suo continuo grido d’innocenza non fanno che mostrarcelo come una vittima della straordinaria fantasia del comandante du Paty de Clam, dell’ambiente clericale in cui questi si muove, della caccia agli “sporchi ebrei” che disonora la nostra epoca.
E veniamo al caso Esterhazy. Sono passati tre anni e molte coscienze continuano ad essere profondamente turbate, si tormentano, cercano, finiscono per convincersi dell’innocenza di Dreyfus. Non farò la storia dei dubbi, poi della convinzione del senatore Scheurer-Kestner. Ma, mentre dal canto suo egli indagava, nello Stato maggiore stesso accadevano fatti gravi. Il colonnello Sandherr era morto, e a capo dell’ufficio informazioni gli era succeduto il tenente colonnello Picquart. E a questo titolo, ossia nell’esercizio delle sue funzioni, quest’ultimo si trovò un giorno tra le mani una lettera-telegramma, indirizzata al comandante Esterhazy da parte di un agente di una potenza straniera. Era suo preciso dovere aprire un’inchiesta. Quel che è certo è che egli non ha mai agito in contrasto con la volontà dei suoi superiori. Di conseguenza, sottopose i suoi aspetti ai suoi diretti superiori gerarchici, il generale Gonse, poi il generale de Boisdeffre, infine il generale Billot che, nel frattempo, era succeduto al generale Mercier come ministro della Guerra. Il famoso dossier Picquart, di cui si è tanto parlato, altro non era, in sostanza, che il dossier Billot, vale a dire l’incartamento preparato da un subordinato per il suo ministro, incartamento che deve esistere tuttora al ministero della Guerra. Le ricerche durano dal maggio al settembre 1896 e, particolare che va proclamato a gran voce, il generale Gonse era convinto della colpevolezza di Esterhazy, così come i generali de Boisdeffre e Billot non mettevano affatto in dubbio che il bordereau fosse di pugno di Esterhazy.
L’inchiesta del tenente colonnello Picquart era approdata a questa constatazione certa. L’ansia, tuttavia, era grande, poiché la condanna di Esterhazy traeva con sé inevitabilmente la revisione del processo Dreyfus; e questo, lo Stato maggiore voleva evitarlo a qualsiasi costo.
Dev’essersi trattato di un momento psicologico pieno d’angoscia. Tenga presente che il generale Billot non era minimamente compromesso, era arrivato da poco, poteva fare piena luce. Non osò, sicuramente per paura dell’opinione pubblica, altrettanto sicuramente per tema di doverle dare in pasto l’intero Stato maggiore, il generale di Boisdeffre, il generale Gonse, per non parlare dei subalterni. Poi, tra la sua coscienza e quello ch’egli riteneva essere l’interesse militare, si creò un conflitto, che sarà durato un minuto al massimo. Trascorso quel minuto, ahimè! era già troppo tardi.
Billot s’era ormai impegnato, era compromesso. E, da allora, la sua responsabilità non ha fatto altro che aumentare, egli ha preso a suo carico i crimini altrui, è colpevole quanto gli altri, anzi è più colpevole, poiché è stato padrone di fare giustizia, e non ha fatto niente. Se ne rende conto? È un anno, ormai, che il generale Billot, che i generali de Boisdeffre e Gonse sanno che Dreyfus è innocente e hanno serbato per sé questa spaventosa realtà! E costoro dormono, e hanno mogli e figli che amano! Il tenente colonnello Picquart aveva compiuto il suo dovere di galantuomo. Egli insisteva presso i suoi superiori, in nome della giustizia. Li supplicava, perfino, facendo notare quanto i loro indugi fossero impolitici, di fronte alla terribile tempesta che si addensava via via, che non poteva non scoppiare una volta che la verità fosse venuta a galla. Lo stesso linguaggio, in seguito, lo usò il senatore Scheurer-Kestner nei confronti del generale Billot, scongiurandolo in nome del patriottismo di prendere le redini del caso, di non permettere che si aggravasse al punto da trasformarsi in un pubblico disastro. No! il crimine era stato commesso, lo Stato maggiore non poteva più confessarlo. E il tenente colonnello Picquart venne inviato in missione, allontanato sempre di più, fino in Tunisia dove, un giorno, vollero addirittura onorare il suo coraggio affidandogli una missione che sicuramente l’avrebbe condotto al massacro, nei paraggi in cui ha trovato la morte il marchese de Morès. Non era in disgrazia; il generale Gonse era in cordiale corrispondenza con lui. Solo che vi sono segreti di cui non conviene essere a conoscenza.
A Parigi, la verità si faceva strada, irresistibile, e sappiamo bene in che modo la tempesta attesa scoppiò. Mathieu Dreyfus denunciava il comandante Esterbazy come vero autore del bordereau e, contemporaneamente, il senatore Scheurer-Kestner consegnava nelle mani del guardasigilli la domanda di revisione del processo. Ed è qui che appare in scena il comandante Esterbazy. Alcune testimonianze ce lo mostrano dapprima sconvolto, pronto al suicidio o alla fuga. Poi, di punto in bianco, gioca d’audacia, sbalordisce Parigi con la violenza del suo atteggiamento. In realtà qualcuno gli era venuto in soccorso, aveva ricevuto una lettera anonima che lo avvertiva degli intrighi dei suoi amici, una dama misteriosa si era addirittura presa il disturbo, nottetempo, di consegnargli un documento sottratto allo Stato maggiore, un documento che lo avrebbe salvato. E non posso fare a meno di ritrovare in tutto questo il tenente colonnello du Paty de Clam, poiché riconosco gli espedienti della sua fertile immaginazione. La sua opera, la colpevolezza di Dreyfus, era in pericolo e senza dubbio egli avrà voluto difendere l’opera sua. La revisione del processo? Ma significava il crollo del romanzo d’appendice così grottesco e tragico, la cui conclusione abominevole si svolge all’isola del Diavolo! E lui certo non poteva permetterlo. Da quel momento, il duello ha per protagonisti il tenente colonnello Picquart e il tenente colonnello du Paty de Clam, l’uno a viso scoperto, l’altro mascherato. Prossimamente, li ritroveremo entrambi davanti alla giustizia civile.
In realtà, è sempre lo Stato maggiore quello che si difende, che non può confessare il suo delitto, di un abominio che cresce d’ora in ora. Qualcuno si è domandato, con stupore, quali siano i protettori del comandante Esterhazy. Prima di tutto, nell’ombra, c’è il tenente colonnello du Paty de Clam che ha macchinato e diretto tutto. Che ci sia la sua mano, lo rivelano i mezzi bizzarri. Poi, c’è il generale de Boisdeffre, c’è il generale Gonse, c’è lo stesso generale Billot, che sono assolutamente obbligati a far assolvere il comandante, poiché non possono permettere che venga riconosciuta l’innocenza di Dreyfus senza che il ministero della Guerra venga sommerso dal pubblico biasimo. E il bel risultato di questa situazione che ha del prodigioso è che il galantuomo, là in mezzo, l’unico che abbia fatto il suo dovere, finisce per essere la vittima, colui che dov’essere schernito e punito. O giustizia, quanta desolante disperazione ci stringe il cuore! Si arriva al punto di asserire che è lui il falsario, che quel documento-telegramma l’ha fabbricato lui, per perdere Esterhazy. Ma perché, gran Dio! a che scopo? Dateci un motivo. Forse anche lui sarebbe stato pagato dagli ebrei?
Il lato più divertente è che si tratta, per l’appunto, di un antisemita. Sì! assistiamo a questo spettacolo infame e cioè che si proclama l’innocenza di individui carichi di debiti e di reati, mentre si colpisce l’onore stesso, ossia un uomo dalla vita integerrima! Quando una società arriva a tanto, cade in decomposizione.
Ecco, Signor presidente, questo è il caso Esterhazy: un colpevole da dichiarare innocente a tutti i costi. Da ben due mesi, possiamo seguire ora per ora la bella impresa. Abbrevio, perché questo è soltanto il riassunto, per sommi capi, di una storia le cui pagine roventi verranno scritte un giorno per esteso. E abbiamo visto prima il generale de Pellieux, poi il comandante Ravary, condurre un’inchiesta scellerata dalla quale i mascalzoni escono trasfigurati e la gente onesta infangata. Infine, è stato convocato il tribunale militare.

Come si poteva sperare che un tribunale militare disfacesse ciò che un tribunale militare aveva fatto?
Non accenno neppure alle scelte sempre possibili dei giudici. Il concetto superiore di disciplina, che quei soldati hanno nel sangue, non è già sufficiente in sé a infirmare il loro potere d’equità? Chi dice disciplina, dice obbedienza. Allorché il ministro della Guerra, il capo supremo, ha stabilito pubblicamente, tra le acclamazioni della rappresentanza nazionale, l’autorità del giudizio dato, vuole che un consiglio di guerra gli dia una smentita formale? È gerarchicamente impossibile. Il generale Billot con la sua dichiarazione ha suggestionato i giudici ed essi hanno giudicato così come si va all’attacco, senza ragionare. L’opinione preconcetta che essi hanno portato sui loro scranni, è stata evidentemente: Dreyfus è stato condannato per alto tradimento da un tribunale militare, ragion per cui è colpevole; e noi, tribunale militare, non possiamo certo dichiararlo innocente; ora, sappiamo bene che riconoscere la colpevolezza di Esterhazy equivarrebbe a proclamare l’innocenza di Dreyfus. Niente poteva smuoverli da quell’atteggiamento.
Hanno emesso una sentenza iniqua, che peserà per sempre sui nostri tribunali militari, che d’ora in poi vizierà tutte le loro sentenze come sospette. Il primo tribunale militare potrebbe anche avere peccato di poca intelligenza, il secondo è per forza di cose criminale. La sua scusa, lo ripeto, è che aveva parlato il capo supremo, dichiarando che il giudizio già espresso era inattaccabile, santo al di sopra degli uomini, ragion per cui chi era al di sotto non poteva sostenere il contrario. Ci parlano dell’onore dell’esercito, vogliono che lo amiamo, che lo rispettiamo. Ah sì, certo, l’esercito che insorgerebbe alla prima minaccia, quello che difenderebbe la terra francese, rappresenta il popolo tutto, e per esso non possiamo che avere tenerezza e rispetto. Ma non si tratta dell’esercito, di cui, nel nostro bisogno di giustizia, vogliamo per l’appunto la dignità. Si tratta del potere militare, il padrone che domani, forse, ci sarà dato. E baciare devotamente il pugno di ferro del potere militare, del dio, questo no! Del resto, l’ho dimostrato: il caso Dreyfus era il caso degli uffici del ministero della Guerra, di un ufficiale dello Stato maggiore denunciato dai suoi colleghi dello Stato maggiore e condannato sotto la pressione dei capi dello Stato maggiore.
Lo ripeto ancora, egli non può tornare innocente senza che l’intero Stato maggiore sia colpevole. Così quegli uffici, con tutti i mezzi immaginabili, con le campagne di stampa, le comunicazioni, l’ascendente personale, hanno coperto Esterhazy solo e unicamente per perdere una seconda volta Dreyfus. Che repulisti dovrebbe fare il governo repubblicano in questo covo di gesuiti, come lo stesso generale Billot li definisce! Dov’è il ministero veramente forte e di un saggio patriottismo che oserà fare piazza pulita e rinnovare tutto? Quanta gente conosco che, al pensiero di una possibile guerra, trema d’angoscia sapendo in quali mani è la difesa nazionale! e che nido di bassi intrighi, di pettegolezzi e di dilapidazioni è divenuto quel dannato manicomio in cui si decidono le sorti della patria! C’è da tremare al pensiero della luce orribile che vi ha appena gettato il caso Dreyfus, vero sacrificio umano di un infelice, di uno “sporco ebreo”! Ah! che cosa non si agitava là dentro di demenza e di idiozia, di fantasie assurde, di pratiche di bassa polizia, di comportamenti da inquisizione, da tirannide, e tutto perché pochi gallonati potessero mettersi sotto gli stivali la nazione, cacciandole in gola la sua invocazione di verità e di giustizia col pretesto menzognero e sacrilego della ragion di stato!
Ed è un delitto anche l’essersi appoggiati alla stampa ignobile, l’essersi lasciati difendere da tutta la teppaglia di Parigi, per cui eccola che trionfa insolentemente, la teppaglia, di fronte alla disfatta del diritto e della semplice probità. È un delitto aver accusato di turbare la Francia coloro che la vogliono generosa, alla testa delle nazioni libere e giuste, quando gli accusatori stessi ordinavano l’impudente complotto di imporre l’errore davanti al mondo intero. È un delitto fuorviare l’opinione pubblica, utilizzarla per un’impresa di morte, quest’opinione pubblica, dopo averla pervertita al punto di farla delirare. E’ un delitto avvelenare gli oscuri e gli umili, esasperare le passioni di reazione e d’intolleranza barricandosi dietro l’odioso antisemitismo, di cui la grande Francia liberale dei diritti dell’uomo morirà, se non ne è ancora guarita. E’ un delitto sfruttare il patriottismo ai fini dell’odio, è un delitto, infine, fare del potere militare il dio moderno, quando tutta la scienza umana è al lavoro per il progresso della verità e della giustizia.
Questa verità, questa giustizia che abbiamo voluto con tanta passione, che angoscia vederle schiaffeggiare così, più misconosciute e oscurate che mai! Immagino il crollo che vi sarà stato nell’animo di Scheurer-Kestner, e sono certo che egli finirà per provare un rimorso, quello di non aver agito in modo rivoluzionario, il giorno dell’interpellanza al Senato, lanciando l’intero pacchetto per fare piazza pulita. Ha voluto agire da quel gran galantuomo che è stato in tutta la sua leale vita, si è illuso che la verità bastasse a se stessa, dato soprattutto che a lui appariva chiara come la luce del giorno. A che scopo turbare gli animi, se da un momento all’altro avrebbero visto splendere il sole? Ed è proprio per questa fiduciosa serenità che ora viene così crudelmente punito. Lo stesso dicasi del tenente colonnello Picquart, il quale, per alto senso di dignità, non ha voluto pubblicare le lettere del generale Gonse.
E questi scrupoli tanto più l’onorano in quanto, mentre lui si manteneva rispettoso della disciplina, i suoi superiori lo facevano coprire di fango, istruivano essi stessi il suo processo nel modo più inaspettato e più oltraggioso. Vi sono due vittime, due brave persone, due cuori semplici, che hanno lasciato fare a Dio intanto che il diavolo era all’opera. E nel caso del tenente colonnello Picquart si è assistito addirittura a questa cosa ignobile: che un tribunale francese, dopo avere permesso al giudice relatore di incriminare pubblicamente un testimone e di gettare su di lui tutte le colpe, ha poi proceduto a porte chiuse quando questo testimone è stato chiamato a spiegarsi e a difendersi. Io dico che questo è un delitto in più e che questo delitto solleverà la coscienza universale. Decisamente, i tribunali militari hanno un concetto singolare della giustizia.
Questa è dunque la pura verità, Signor presidente, ed è spaventosa, e rimarrà una macchia per la sua presidenza. Sono convinto che Ella non ha alcun potere in questa faccenda, che è prigioniero della Costituzione nonché del suo entourage. Ciò nondimeno Ella ha un dovere d’uomo, a cui pensare, e da adempiere. D’altronde, non creda che io disperi minimamente del trionfo. Lo ripeto con certezza più veemente: la verità è in cammino e niente potrà fermarla. Il caso comincia soltanto oggi, poiché oggi soltanto le posizioni sono nette: da una parte, i colpevoli i quali non vogliono che si faccia luce; dall’altra, i giustizieri i quali daranno la vita perché luce sia fatta. Del resto, l’ho detto, e lo ripeto: quando la verità viene rinchiusa sotto terra, vi si ammassa, acquista una forza d’esplosione tale che, quando scoppia, tutto salta in aria. Poi vedremo se non è vero che si sono create le premesse di un’esplosione che, quando avverrà, sarà totale.

Ma questa lettera è lunga, Signor presidente, ed è tempo di concludere.
Accuso il tenente colonnello du Paty de Clam d’essere stato l’artefice diabolico dell’errore giudiziario, inconscientemente, voglio sperare, e d’avere in seguito difeso la sua opera nefasta, per ben tre anni, ricorrendo alle macchinazioni più bizzarre e più colpevoli.
Accuso il generale Mercier d’essersi reso complice, non fosse che per debolezza di spirito, d’una delle peggiori iniquità del secolo.
Accuso il generale Billot d’avere avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, d’essersi reso colpevole del delitto di lesa umanità e di lesa giustizia, a fini politici e per salvare lo Stato maggiore.
Accuso il generale de Boisdeffre e il generale Gonse d’essersi resi complici dello stesso delitto, l’uno sicuramente per fanatismo clericale, l’altro forse per quello spirito di corpo che fa degli uffici del ministero della Guerra l’arca santa, inattaccabile.
Accuso il generale de Pellieux e il comandante Ravary d’avere condotto un’inchiesta scellerata, intendo, con questo, dominata dalla parzialità più mostruosa, di cui, nel rapporto del secondo, abbiamo un monumento imperituro di ingenua audacia.
Accuso i tre esperti calligrafi, i signori Belhomme, Varinard e Couard, d’avere fatto rapporti menzogneri e fraudolenti, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da malattie della vista e del giudizio.
Accuso gli uffici del ministero della Guerra d’avere condotto sulla stampa, e in particolare su L’Eclair e L’Echo de Paris, una campagna abominevole, per fuorviare l’opinione pubblica e nascondere la propria colpa.
Accuso infine il primo tribunale militare d’avere violato il diritto, condannando un accusato in base a un documento rimasto segreto, e accuso il secondo tribunale militare d’avere coperto, in obbedienza agli ordini, questa illegalità, commettendo a sua volta il delitto giuridico di assolvere scientemente un colpevole.
Nel muovere queste accuse, non ignoro affatto di incorrere negli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce i reati di diffamazione. E v’incorro per mia precisa volontà.
Quanto alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, non ho contro di loro né rancore né odio. Per me sono soltanto delle identità, degli spiriti di malvagità sociale. E l’atto che qui io compio altro non è che un mezzo rivoluzionario per affrettare l’esplosione della verità e della giustizia.
Sono mosso da un’unica passione, che si faccia luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia infiammata protesta è soltanto il grido della mia anima. Osino pure, perciò, tradurmi in Corte d’assise, e che l’inchiesta si svolga sotto gli occhi di tutti!
Aspetto.

Voglia gradire, Signor presidente, l’espressione del mio profondo rispetto”.

Rapporto tra realtà e modello e leggi scientifiche di copertura

In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava una Città, e la mappa dell’Impero, tutta una Provincia.
Col tempo, queste Mappe Smisurate non bastarono più e i Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le generazioni seguenti, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che questa mappa enorme era inutile e non senza empietà la abbandonarono alle inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate rovine della Mappa, abitate da animali e mendichi; in tutto il Paese non esiste altra reliquia delle Discipline Geografiche.

Nel racconto di Borges (L’artefice) il modello (la carta geografica) coincide con la realtà (l’impero) e diventa così inutilizzabile, non avendo altro fine se non quello di dimostrare la sua stessa perfezione. Perfezione, tra l’altro, discutibile se si considera la circostanza che ogni mappa 1:1, a causa della sua stessa esistenza, riproduce il territorio in modo sempre infedele (Eco, “Dell’impossibilità di costruire la carta dell’impero 1 a 1”, Il secondo diario minimo, 1992).

Si tratta quindi di un ottimo esempio di pessimo modello (Ugo, “Fondamenti della rappresentazione architettonica”, Progetto Leonardo 1994) che serve a chiarire l’inutilità di modellare la realtà tentando di riprodurla.

In altre parole, si pensi al rapporto (del tutto analogo a quello tra realtà e modello) che si instaura tra rappresentazione laser-scanner e disegno: il laser-scanner restituisce senza filtro, in maniera acritica, tutto ciò che appare, l’intera realtà fenomenica; il disegno, quando è chiaro e sintetico, indica invece le caratteristiche essenziali, il noumeno, di un oggetto. Di conseguenza ciò che non è essenziale deve essere lasciato da parte perché arreca addirittura danno all’informazione principale.

In tal senso, Geymonat e Giorello (“Modello” voce tratta dall’Enciclopedia Einaudi, 1980) parlano del modello come di immagine impoverita, semplificazione della realtà, in quanto nella sua costruzione è necessario trascurare alcuni particolari della situazione modellizzata.

Ecco, quindi, le caratteristiche imprescindibili di un buon modello: concentrazione sull’essenziale ed eliminazione del superfluo. In altre parole, un modello è e deve essere astratto, nell’accezione comune di questo termine; tuttavia, ed in un certo senso in modo paradossale, se il modello è buono esso fornisce la chiave per comprendere la realtà (Baran e Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, 1968).

Il modello, insomma, non esiste in quanto tale ma solo per risolvere un problema determinato e, quindi, la sua validità è relegata soltanto in specifici ambiti: ogni modello ha i suoi limiti e non va utilizzato al di fuori di essi. Anche la semplice affermazione 1 + 1 = 2 non gode di validità assoluta: risulta vera, ad esempio, nel sistema numerico decimale ma è falsa in quello binario, nel quale 1 + 1 = 10. Non è questa poi la sede poi per marcare la divaricazione fra verità, intesa come episteme, e realtà (Severino, Nuovo realismo, vecchio dibattito. Tutto già conosciuto da millenni, Corriere della sera del 31.08.2011).

Ciò, tutt’altro che risultare la disfatta di un approccio scientifico, ne costituisce l’essenza: una teoria è scientifica nella misura in cui può essere smentita e quindi la sua validità è subordinata a delle ipotesi e assunzioni di base (Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica, vol 1: Il realismo e lo scopo della scienza, 1984).

Non bisogna dimenticare, peraltro, che non c’è analogia valida se non in seno a una teoria (Canguilhelm, The Role of Analogy and Models in Biological Discovery, 1961). Questo aspetto è spesso trascurato credendo di poter sfuggire al giogo dell’inquadramento teorico, ma ciò è falso ed è opportuno ricordare che anche la semplice diagrammazione dei risultati di una prova di laboratorio richiede una teoria di riferimento.

Naturalmente, il rapporto tra modello e realtà è fortemente condizionato dallo svolgimento dello sviluppo tecnologico dell’uomo, ossia dallo sviluppo di mezzi di calcolo sempre più potenti e dall’utilizzo di strumenti di misura sempre più precisi. Ciò piuttosto che appiattire il piano della realtà con quello del modello, ci porta a diventare utenti indifesi e acritici, spesso dimentichi di celebre insegnamento appreso nella Facoltà di Ingegneria: “Il calcolatore non è altro che una macchina per salsicce, priva della capacità di discernimento. A carne di maiale seguiranno salsicce di maiale. A carne di topo, salsicce di topo” (Carlo Viggiani).

Tenendo conto di quanto detto, si può cogliere la profonda inquietudine che vi è, oggi, dietro la prospettiva del nesso casuale che anima l’intero impianto del diritto penale moderno. Ecco che la comprensione della limitatezza di un modello numerico, sia pure buono, si ripercuote sul piano del diritto, sia sostanziale che processuale.

Tutto ciò che ci circonda è conoscibile non attraverso leggi di natura deterministica, che ci assicurerebbero solide (ma false) certezze, ma solo attraverso leggi scientifiche di copertura probabilistiche, le quali rifuggono per loro natura da (false) certezze, ma ci danno una misura dell’affidabilità del risultato. Si tratta, in ultima analisi, di prendere coscienza (inverandolo, per quanto possibile) del principio di indeterminatezza di Heisenberg (The Actual Content of Quantum Theoretical Kinematics and Mechanics, 1927), secondo il quale fra causa ed effetto non vi è un rapporto precisamente necessario e costante, ma solo abituale e probabile.

Il paradosso di Frege – Russell

Era stato Gottlob Frege a sostenere negli ultimi anni del XIX secolo che tutta la teoria degli insiemi, e quindi tutta la matematica, può venire giustificata in base alle regole della logica formale. Senonché la clamorosa scoperta di alcune antinomie mise in crisi tale approccio. L’antinomia più celebre fu quella scoperta da Russell, passata alla storia come paradosso di Frege – Russell.

Per dirla con Corrado Mangione, venne travolta l’idea di una logica che, stabilito opportunamente il suo linguaggio e le sue regole di inferenza, è in grado di trascrivere deduttivamente tutta la matematica.

Rifare l’Italia – Filippo Turati

Si riportano stralci del celebre discorso “Rifare l’Italia” pronunciato il 26 giugno del 1920 da Filippo Turati alla Camera dei deputati.

Onorevoli colleghi e compagni! L’idea madre del mio modesto discorso è semplice. Vera oggi, come ieri, come domani; ma, nel mutare inevitabile dei tempi, diverso può esserne il punto di applicazione. Se ogni lotta di classe è lotta essenzialmente politica e viceversa, è evidente che ogni politica trae colore e vigore dalla classe sulla quale essenzialmente si appoggia. Rivolgendomi oggi alle classi borghesi, le quali, se anche non nelle proporzioni di una volta, hanno pur sempre la dirigenza della società, in un certo senso posso dir loro: oggi, o non più ! Del resto, questo dell’urgenza, è un sentimento che in diverse forme trapela da ogni discorso, è nello stato d’animo di ciascuno di noi. Lo stesso onorevole Giolitti, cui si imponeva, per il posto che occupa, la maggiore prudenza di parola, non temette, e fece bene, di parlare di fallimento imminente, improrogabile, se non si corre ai ripari. Quale fallimento? Di chi? Come deprecabile? Questo è il tema generale della discussione.

II suffragio universale, questa necessità che tutti abbiamo voluto, e di cui siamo i figli, ha generato, nella sua molteplice prole, un figlio cattivo: il gesto demagogico; la gara, dirò meglio, dei gesti demagogici. Noi dovremmo, come Bruto, condannare a morte questo figliolo traditore. Noi dovremmo insorgere contro di esso. Il demagogismo non è affatto, come si pretende, un privilegio dei partiti avanzati. C’e un demagogismo dei conservatori e dei Governi, che è di gran lunga il peggiore. La politica non è questo: non dovrebbe essere questo; e lo sarà sempre meno, quanto più i popoli diverranno consapevoli. La politica non è nell’agguato, non è negli intrighi, non è nell’arrembaggio ai Ministeri, non è nelle sapienti combinazioni parlamentari, non è nelle competizioni degli uomini; non è nei sonanti discorsi. È, o dovrebbe essere, nell’interpretare l’epoca in cui si vive, nel provvedere a che l’evoluzione virtuale delle cose sia agevolata dalle leggi e dall’azione politica.  Questa interpretazione e questa azione sono essenzialmente una tecnica. E una tecnica, essenzialmente, è anche il socialismo. Noi stessi lo dimentichiamo troppo spesso, forse, quando nel fervore degli attacchi e dei contro-attacchi, subiamo noi stessi l’avvelenamento di tante illusioni, l’asfissiamento di tanto fumo.

Il socialismo, nel suo primo e più grande assertore, è l’espressione ideale dell’evoluzione dello strumento tecnico; è lo sforzo di adeguare le condizioni politiche della vita sociale alle necessità materialistiche del momento storico. In questo senso, e in doppio senso, il socialismo è scientifico: in quanto sorge dalla coscienza storica, e quindi scientifica, dell’evoluzione; e in quanto chiama la scienza a proprio servizio.

La schiavitù cessa, secondo il vecchio motto famoso, quando la spola comincia a camminare da sé sul telaio. Il socialismo è nella macchina a vapore, più che negli ordini del giorno; è nella elettricità, più che in molti, cari compagni, dei nostri congressi. Ora voi tutti, signori, cercate, in questo momento, più che mai la salvezza : la salvezza del Paese e la vostra. Anche i socialisti cercano la salvezza del Paese e la loro. Se oggi il partito socialista, così com’è, sembra ad alcuni eccessivo di intransigenza, di vivacità, di precipitazione, pensino coloro, che di questo lo accusano, che ciò è l’effetto fatale della guerra, la quale ha creato nelle masse uno stato di insurrezione psichica che non sarà domato se non da conquiste reali, radicali e profonde.

E il partito deve riflettere questo stato delle masse, per interpetrarle, ed eventualmente anche per poterle contenere. Chi spera che le differenze inevitabili di tendenze, che sono in ogni partito vivo, debbano condurci al distacco, allo sfacelo, credo che si inganni. Credo fermamente, e non da oggi e non per opportunità del momento, nella fondamentale necessità dell’unità del partito socialista. (…). Nelle sezioni del nostro gruppo si studiano proposte di legge e provvedimenti positivi, col consenso anche dei nostri più estremi estremisti, che eventualmente potrebbero anche essere l’àncora di salvezza per quel tanto di regime borghese, che è giusto debba per un certo tempo, sopravvivere nella zona del trapasso storico. Questa incoerenza formale è la prova che siamo vivi; che la formula ci serve ma non ci opprime; che sappiamo distinguere, e che non confondiamo quella che sarebbe collaborazione vera e propria di partiti e di classi, pericolosa in dati momenti, specialmente pericolosa per i più deboli, da quella che è coincidenza o comunione inevitabile di interessi vitali, insuperabile in qualunque convivenza sociale; che abbiamo nel nostro programma effettivo, quello che erompe nell’azione la quale è la grande pacificatrice delle tendenze, l’oggi e il domani, l’oggi per il domani, il domani per l’oggi. Certo non è più, oggi, la ormai arcaica distinzione del programma minimo e del programma massimo, come si concepiva una volta, che era un po’ una concezione cattolica, forse più del vecchio che del nuovo cattolicismo.

(…)

Perciò si parla, non da noi soltanto, di periodo rivoluzionario, di crisi di regime : di regime politico, di regime sociale. Molti di voi ripetono oggi, e molti credo in buonissima fede, che molto bisognerà concedere per non perdere tutto, per mantenere la compagine sociale, dico la compagine, non dico l’attuale compagine; per conservare ciò che è degno di essere conservato, ciò che è necessario ai supposti eredi del domani; per non precipitare insomma nell’anarchia, che è un po’ la sorella, un po’ la figlia del capitalismo, e che sta in diametrale antagonismo teorico, che è la negazione in termini, del socialismo. Molti sentono fra voi che ciò che siamo usi chiamare l’ordinaria amministrazione, non basta più. Lo sentì l’onorevole Nitti, che si ribellò, almeno idealmente, al trattato di Versailles che era (e dico che era perchè si può forse cominciare a parlarne al passato prossimo) il capitalismo, nella sua più cruda espressione, applicato alla politica internazionale; era la pace di guerra, così come il capitalismo, all’interno e all’estero, è sempre la guerra anche in tempo di pace.

L’onorevole Nitti prese dai socialisti le principali direttive della sua politica estera; forse avrebbe prese da essi anche molte direttive nella politica interna, se i socialisti gliele avessero offerte. E più volte preluse all’inevitabile, all’augurabile avvento di un Governo laburista in Italia. Ma l’azione, soprattutto nella politica interna, fu impari, forse per acerbità di casi e di tempi, alla fede professata e ne tenne la sua fatale caduta. Così è tornato l’onorevole Giolitti, il cui ritorno a quei banchi sembra l’epilogo solenne di un vasto dramma, non soltanto suo personale, ma nazionale e storico, e trascende di gran lunga l’importanza di uno dei consueti avvicendamenti ministeriali. Bisognerebbe essere un po’ meno che uomini per non sentirlo, a qualunque idea si appartenga, sotto qualunque vessillo si militi (…). Ma dopo di lui molti vedono il buio, il nulla, l’abisso. Altri, dopo di lui, intravvedono l’alba; e ciascuno si sogna l’alba che più gli conviene. Certo è che la monarchia, in questo crollare fragoroso di troni e di dominazioni, non parve mai meno salda di ora anche in Italia. (…) E più si carezza il socialismo, e più esso rilutta e vi sfugge.

Ora qui accade di ricordare una frase di Claudio Treves, che chiuse un suo mirabile recente discorso. Nel quale il mio amico analizzò la grande tragedia dell’ora, e a questa tragedia pose il nome: « Espiazione ». Espiazione, egli intese, della borghesia, che volle la guerra, che vinse la guerra, che non seppe e non sa darci la pace. (…) La borghesia, in questo momento, non è più capace di reggere il potere; il proletariato non è ancora pronto a riceverne la successione. Così Treves chiuse il suo discorso. (…) Ogni trapasso, anche se assume forme violente, è sempre un assorbimento del nuovo nel vecchio e del vecchio nel nuovo; con questo vantaggio che il vecchio non si rinnova e il nuovo non si rinvecchia. E questa è la rivoluzione. Perciò, ripeto, chi è assorbito assorbe. La generazione, la procreazione, la fecondità sono a questo patto. (…) Il gradualismo dell’onorevole Giolitti è un gradualismo prebellico, impari alle esigenze del momento, in ritardo di sei anni sul quadrante della storia. Il gradualismo è una magnifica cosa. Io sono accusato ogni giorno da questi miei turbolenti compagni di essere troppo gradualista.

Comunque, il gradualismo è una cosa ammessa da tutti (abbiamo persino un massimalismo gradualista !) quando la natura delle cose lo consente. Quando insomma c’è tempo e si può aspettare. Allora, chi va piano va sano, e va qualche volta lontano. (…). Il rimedio primo, il più vero, vorrei dire il solo rimedio, è nel trasformare l’economia, non la finanza del Paese. Ciò che voi ponete dopo, deve venir prima, o almeno contemporaneamente. Tanto più che a rendere più spinose tutte le questioni, più difficili tutti i rimedi, concorre la crisi psicologica, la quale è causa ed effetto insieme della crisi economica, generate entrambe dalla guerra, mantenute dalla pace che non è pace; crisi che è una vera psicosi, diffusa, molteplice, universale, ma più grave in Italia, perchè è paese economicamente fra i più deboli di Europa. Non dirò dei fenomeni più appariscenti: il lusso sfrenato, rivoltante, che fa pensare con nostalgia, per quanto scettica, alle antiche leggi suntuarie. Ciò che più impressiona è lo spirito di indisciplina, che ha invaso tutte le classi sociali. Aggiungete il menomato rispetto della vita umana, dell’altrui come della propria.

La guerra ha alterato profondamente tutti i consuetudinarii valori morali. La gente minaccia l’altrui vita, ed espone la propria, con una indifferenza non conosciuta prima della guerra. Il trattato di Versailles, che è – lasciatemi ripeterlo – l’espressione del capitalismo più crudo applicato alla politica internazionale, e la cui revisione si impone. Ora, su ciò tace completamente il programma del Governo. Se non che, forse, anche in questo silenzio è un argomento a favore della mia tesi, della preminenza, necessità ed urgenza assoluta della restaurazione economica del Paese, anche prima delle economie e dei provvedimenti finanziari.

Perché, certo, finché noi saremo così strettamente vassalli dell’estero per il pane quotidiano quale voce effettivamente influente potremo avere nei consessi dei potentati, sia pure con le proposte Commissioni parlamentari? Dopo aver demolito la Germania, con nostro danno infinito, oggi dobbiamo pensare ad aiutarla a ricostruirsi per il nostro meglio; dopo aver combattuto la Russia, o almeno essere stati nella combriccola che si ingegnava di combatterla, dobbiamo fare di tutto per rappacificarci al più presto con quel grande ex impero ; dopo aver suscitato la guerra civile in Albania (a proposito, quanto c’è costata, onorevole Meda?) che si ripercuote in un’altra e ben peggiore guerra civile in Italia (e i fattacci di Ancona ammaestrano) dobbiamo dichiarare che rinunziamo (e ahimè! non farà ciò l’impressione della favola dell’uva acerba?) a ogni protettorato.

E via via. Non vi è punto del trattato di Versailles che non sia tutto da rifare, da capovolgere. Senza dire che l’onorevole Giolitti, il quale fu già rimproverato, e sia pure a torto, di aver lasciata disarmata l’Italia (e dovette difendersene nel discorso di Dronero) e vuoti i magazzini militari, in un periodo pericoloso, certo non vorrà affrontare oggi la stessa accusa, nell’evento di altre guerre possibili. Ora, onorevole Giolitti, voi avete fatto, con nobili parole, appello all’Internazionale operaia, nel vostro discorso di Dronero, Per la salvaguardia della pace. Ma l’Internazionale proletaria non può esistere, non può essere forte, se non siano forti localmente, in ogni nazione, i proletariati organizzati ed i partiti socialisti. Ora questi proletariati e questi partiti cominciano ad avere la loro politica estera e cominciano ad imporla ai rispettivi Stati. È inutile dirvi che noi vogliamo soppresso il trattato di Versailles perchè esso è una abominazione, perchè esso è la proprietà privata applicata a tutto il mondo a beneficio di una egemonia.

Ora l’onorevole Giolitti, nel discorso di Dronero, ha toccato tutta quanta la gamma della restaurazione economica. Agricoltura da industrializzare; emancipazione dal grano estero; chi lascia terre incolte commette un delitto (onde il suo progetto granario); confisca delle terre incolte; il cotone da coltivarsi nell’Eritrea o nel Benadir; irrigazione; istruzione agraria e tecnica serie; industrie che occupino più mano d’opera e meno materie prime, mentre sono ancora tanto care; utilizzazione delle forze idriche e quindi emancipazione dal carbone estero ecc., ecc. Insomma tutto il ricettario. Ossia Giolitti è ancora Nitti. E siamo, ripeto? tutti d’accordo ! Ma la questione non è nell’essere d’accordo in teoria; è nel volere e nel potere realizzare. Direi quasi che il problema è superiore alla volontà dell’uomo. Può il Ministero, con questa Camera, può la borghesia italiana, in questo momento, realizzare questo programma ? Lo vuole essa davvero? ’ Cè nel congegno del capitalismo italiano di quest’ora (poiché anche fra capitalismo e capitalismo bisogna spesso distinguere) qualche attrito invincibile che impedisca questa realizzazione? (…)

Tanto più, badate, che in questo caso non si tratta di prestiti allo Stato, ma di prestiti alla Nazione. In altri termini: la soluzione della crisi, politica, economica, morale, crisi di regime, crisi di trapasso, chiamatela come meglio vi garba, consiste nel creare subito le condizioni economiche e politico-morali per cui la Nazione possa in breve termine raddoppiare la sua produzione. Oh Dio, non pigliate la parola «raddoppiare» nel senso strettamente aritmetico; non s’intende dire che si debba produrre il doppio di grano, il doppio di tessuti, ecc., ecc. ; s’intende resuscitare nuove sorgenti naturali, non artificiali, di energia nel Paese, perché esso possa superare il deficit. Quando questo si sarà ottenuto, si sarà molto più che raddoppiata la ricchezza.

E ho parlato di condizioni economiche e di condizioni politico-morali, che sembrano due cose diverse e sono invece una sola; perchè non si creano veri miglioramenti economici senza certe riforme politiche – e questo dico alla borghesia – e non si riesce a trar profitto dalle riforme politiche – e questo dico ai miei compagni – senza certi coefficienti economici. Bisogna che il Governo d’Italia – borghese ? comunista? bolscevico?; Giolitti ? Misiano? Non importa il nome e la persona; non importa neppure l’etichetta, perchè “vi può essere un bolscevismo (vedi Russia) che finisce per creare tutto ciò che vi è di più antisocialista, la piccola proprietà: l’economia è più forte di tutte le formule e di tutti i programmi a tavolino; … bisogna, dicevo, che lo Stato italiano, diventi da politico, economico; anticipazione precipitata del comunismo classico, secondo la definizione e il presagio del nostro Engels, per il quale il «Governo degli uomini » doveva, nel comunismo, diventare «l’amministrazione delle cose ». È unicamente a questo patto che la situazione può essere salvata per tutti, per la borghesia e per il socialismo; senza di questo è irremissibilmente perduta per tutti; per noi e per voi.

(…)

L’uomo è l’operaio, il proletario lo scontento, il ribelle, il rivoluzionario, e sarà tale finché non ne avremo fatto il padrone del lavoro e della produzione. Questo è dunque il programma dell’avvenire. Io non so chi lo eseguirà. Io so che, senza questo elemento, dell’emancipazione dell’operaio, niente di questo si farà. E non occorre essere socialisti. Io ho trovato – mi è arrivato l’altro giorno e lo avrete ricevuto anche voi – in questo libro fatto tutto da parrucconi molto rispettabili – che contiene gli studi e le proposte della Commissione del dopo guerra presieduta da Vittorio Scialoja, a un dipresso le medesime mie conclusioni. Leggete la relazione del nostro ex collega onorevole Fava, presidente della sezione decima. Egli dice le medesime cose: «Se non create le condizioni necessarie all’interessamento degli operai nella produzione, dati i tempi mutati, data la psicologia del dopo guerra, non otterrete nulla di nulla».

Una volta era questione di giustizia, oggi è questione di vita o di morte. Conosco altri due uomini che hanno veduto queste cose; e sono un antico ed un moderno. Il moderno è il dottor Ratenhau, forse il più geniale ricostruttore, che abbia dato la guerra ; il quale nella sua Economia nuova dimostra, meglio che io non abbia saputo, come questa valorizzazione dell’uomo in Germania – e oggi là le condizioni sono peggiori che in Italia – sia indispensabile per redimere il paese. Vorrei ottenere che la Economia nuova fosse letta dai colleghi deputati: il mio discorso avrebbe raggiunto tutto intero il suo scopo. Solo quel popolo – afferma l’autore -che prima avrà soppresso l’antagonismo che è fra l’operaio ed il capitale, solo quel popolo trionferà.

GARE D’APPALTO SENZA GARA: LA POLITICA DELLE DEROGHE A TEMPO DETERMINATO

La recente proposta di affidare le opere pubbliche senza gara conferma l’incapacità della politica di mettere mano a riforme strutturali e di lungo respiro. Ma non è una novità, anzi siamo alle solite: all’eterna logica del palliativo che si attua con la deroga: per un anno vale tutto, niente regole, trasparenza né pari opportunità tra i concorrenti; poi si torna all’immobilismo e al pantano. L’idea di fondo, falsa ma ormai introiettata dalla classe politica, è che non si può coniugare efficienza con trasparenza, velocità delle procedure con meritocrazia.

IL RAZZISMO DEGLI USA E LA LEGGE “NATURALE” DI MERCATO

A circa due settimane dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis, le piazze degli Stati Uniti sono state inondate da manifestazioni di protesta “contro il sistemico razzismo del Paese” già denunciato nel 2016 da Kaepernick. Le letture dei commentatori italiani sembrano prediligere però una contrapposizione frontale neri – polizia e, quindi, legare il fenomeno a episodiche, seppur intollerabili, iniziative razziste, così che, visto da qui, quell’attributo “sistemico” perde di forza e di senso.

Al contrario vorrei sottolineare come la situazione dei neri oggi negli USA sia profondamente connaturata al modo nel quale si è venuta formando la civiltà americana. A mio avviso è proprio quello stesso meccanismo che ha fatto degli USA la terra promessa del capitalismo ad aver prodotto il sistema denunciato da Kaepernick. Provo a spiegarmi in modo estremamente schematico.

Nel XIX secolo gli USA contavano 5 milioni di abitanti, agli inizi del XX secolo avrebbero superato i 90 milioni. Questo incredibile boom demografico è uno dei prodotti della macchina a vapore, che ha aperto al mercato Europa – Stati Uniti e generato, di conseguenza, il flusso di milioni di europei verso gli USA.

Ma se a partire erano individui, ad arrivare sono stati i popoli, come ha brillantemente osservato D’Eramo nel suo Il maiale e il grattacielo del 1995: irlandesi, tedeschi, polacchi, italiani (arrivati con tempi e in ondate diverse) cercavano non solo lavoro, ma protezione, espressione e rappresentanza politica. Ecco che da lì l’individuo veniva interamente definito dal suo appartenere a una comunità; tra queste, si venne creando poi una gerarchia “etnica” dove i nuovi arrivati erano visti dai vecchi immigrati come una minaccia, perché non ancora assimilati al sistema e quindi più competitivi, ossia più a buon mercato per i padroni; i quali, tra l’altro, se ne servivano in modo spregiudicato per sabotare gli scioperi e le istanze dei vecchi lavoratori organizzando il crumiraggio e la concorrenza sleale.

Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo? si chiede Werner Sombart nel 1906: perché la lotta di classe negli Stati Uniti si declina in scontro di etnie (è sempre D’Eramo).

È in questo quadro che va considerata la questione dei neri, i quali fino alla prima guerra mondiale restarono estranei a queste ondate migratorie perché relegati a lavorare in condizioni disumane nei campi di cotone del Sud. Allo scoppio della guerra però l’immigrazione dall’Europa s’interruppe e la penuria di manodopera innescò la migrazione interna da Sud a Nord. Poiché venivano assunti come crumiri, i neri del Sud vennero da subito detestati dai bianchi (dimentichi di essere stati a loro volta crumiri): al razzismo si sommava il conflitto di classe indotto dalla legge del mercato, con la differenza che se un bianco poteva sperare nell’assimilazione, almeno nelle generazioni a venire, un nero era condannato indefinitamente alla sua condizione di inferiorità. Questo per lo meno fino alle riforme degli anni sessanta con “la grande società” di Lyndon B. Johnson.

In questa contrapposizione apparente tra “cultura” (il progressismo dei democratici) e “natura” (il colore oggettivo della pelle), è utile andare un po’ più a fondo: “Nell’America latina, chiunque non è nero è bianco; nell’America teutonica, chiunque non è bianco è nero” scrive Bryce nel 1893. E quindi chi è considerato bianco, che so, in Brasile, sarà considerato nero negli Stati Uniti. È in altri termini stupefacente quanto una cultura storicamente determinata possa ergersi a produttrice del senso “naturale”.

Questo è il punto: la distanza tra i “neri” e i “bianchi” resta ancora oggi, nonostante le riforme, ed è camuffata da nuove leggi “di natura”, stavolta economiche: è il mercato, baby. Non si tratta solo del divario tra reddito mediano pro-capite tra neri e bianchi: è una distanza geografica, fisica e quindi sociale. La segregazione abitativa colpisce financo la classe media (nera): è per la legge “naturale” del mercato che il valore degli immobili di un quartiere si dimezza, se la percentuale dei bianchi residenti scende sotto il 50%. Si ha così che il tasso di segregazione è altissimo: nelle città statunitensi la stragrande maggioranza dei neri vive in quartieri a schiacciante maggioranza nera. Ciò si traduce in servizi sociali disastrosi, alte percentuali di abbandono scolastico, proliferazione di gang di quartiere e la sensazione del bianco benestante medio (così simile al nostro leghista medio) che “noi paghiamo e loro vivono a sbafo”.

Una parola sul rapporto perverso tra gang di quartiere e polizia che nasce in questo contesto di segregazione: la polizia rappresenta una gang esterna che combatte, convive e talora collude con le singole gang di quartiere, che più che patologie simboleggiano una sorta di istituzione interna al sistema. La gang ha bisogno del suo quartiere per esistere; il quartiere ha bisogno della (cattiva) pubblicità della gang per essere considerato nel discorso pubblico e attrarre sussidi dalla politica. In questa situazione, l’equilibrio tra le varie forze in campo, fatto di regole non scritte, è estremamente precario e rischia ad ogni episodio di finire in tragedia.

Come si vede in questo quadro dalle tinte fosche, lo stato di povertà, di segregazione, e di disperazione in cui versano ancora oggi i neri degli Stati Uniti ha radici e motivi culturali, sociali ed economici che sono specifici della patria d’elezione del capitalismo, per come essa si è venuta formando. Risolvere la questione razziale implica pertanto riforme di grande portata e di carattere sistemico, mentre appare superficiale, autoassolutorio, se non addirittura fuorviante, focalizzare l’attenzione sul singolo poliziotto bianco razzista.

LA STORIA? ACQUA PASSATA

Il tema dell’emarginazione della storia nella società civile contemporanea e nel percorso scolastico dei ragazzi è dirimente per comprendere la modernità che viviamo e la traiettoria involutiva che stiamo percorrendo. Per questo colgo l’occasione per affrontare l’argomento, prendendo le mosse dall’articolo di Belardelli sul Corriere della sera del 21 agosto. Egli tra le cause che hanno portato all’attuale stato di deperimento delle discipline storiche cita: l’annullamento della dimensione del tempo operato dalla rete; l’uso di leggere le vicende storiche attraverso i paradigmi e i valori odierni (che è poi, invero, più che concausa, diretta conseguenza dell’annullamento della dimensione del tempo); l’ossessivo uso politico della storia per delegittimare l’avversario; il peso preponderante che la storia del novecento ha assunto nel curricolo scolastico (anche qui, più che concausa, conseguenza dell’uso spregiudicato della storia in politica: si pensi all’imperante antifascismo usato come arma di demonizzazione); l’identificazione tra storia e memoria a scapito della prima.

Trovo anche io che l’individuazione delle cause sia aspetto decisivo per la costruzione di una diagnosi veridica, per cui vorrei ampliare il ragionamento di Belardelli allo scopo di meglio definire quelle che, a mio giudizio, sono le cause ultime che hanno generato la situazione attuale (le anticipo: globalizzazione e sviluppo tecnico) e che, temo, rendono difficilmente invertibile l’attuale tendenza. Naturalmente per ragioni dialettiche esagero, ma non troppo.

Osservando lo scenario odierno si assiste ad uno iato impressionante: ciascuno di noi, a livello individuale, a meno che non lo faccia per professione, non dedica alcuna cura o tempo all’approfondimento di vicende storiche anche riguardanti il proprio Paese, si può dire che siamo un popolo con un’identità in cerca d’autore; viceversa, a livello collettivo, nel discorso pubblico, e persino al bar dello sport, per il gusto della polemica, la storia è usata come una clava, nel modo più spregiudicato possibile, consentito spesso proprio dalla sprovvedutezza degli astanti.

Che l’individuo trascuri lo studio della storia non è affatto emblematico di alcunché: l’attuale specializzazione ossessiva del lavoro verso la quale siamo spinti porta ciascuno di noi a sapere sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di una cosa e niente del resto. È in altri termini lo scotto che paga qualsiasi disciplina: persino la letteratura rischia di diventare ambiente per addetti ai lavori, dove i lettori dilettanti in larga misura scarseggiano. Ma solo per la storia vale la seguente polarità: mancanza di nozioni basilari a livello individuale, larga diffusione delle narrazioni storiche in pubblico e nel discorso pubblico. Si ha così che chi non conosce, per dire, la battaglia di Magenta si ritrova a rappresentare, magari a una cena fra spettatori incantati, il magnifico progresso tecnologico che avrebbe caratterizzato il regno borbonico, citando a mo’ di esempio (di una lista invero piuttosto corta) la prima ferrovia italiana, la Napoli – Portici.

Ecco quindi la situazione nella quale ci troviamo: inebetiti da un presentismo che ci induce a servirci dei fatti storici decontestualizzandoli, come davanti a un menu à la carte, siamo vittime di operazioni di mistificazione dolosa o colposa. Ebbene ciò è reso possibile proprio dalla diffusa ignoranza di conoscenze storiche un minimo strutturate, di quadri d’insieme in grado di rappresentare la complessità delle vicende che hanno portato alla formazione del nostro Paese, con i reciproci rapporti di causa – effetto che ne sono derivati e, più di tutto, dalla mancanza di spirito critico che l’attuale percorso scolastico e universitario sollecita. Siamo schiavi dei retori e ignoranti ma, non frequentando Platone, non lo sappiamo e ci crediamo liberi e informati.

È necessario aggiungere però che, sebbene con accenti e forme anche assai differenti, la crisi delle discipline storiche è, che io sappia, minimo comune denominatore dell’intero Occidente, strettamente connessa alla sua profonda crisi d’identità; ciò induce necessariamente ad allargare gli orizzonti per indicare le cause (sovranazionali) ultime: la globalizzazione e il progresso della tecnica.

La globalizzazione ha portato infatti, forse irrimediabilmente, l’attenuazione, se non la cancellazione, delle identità nazionali, tanto che a volo d’uccello sarebbe difficile distinguere Tokyo da New York o da Londra. E l’omologazione culturale è visibile non solo e non tanto nell’architettura, ma nello stile di vita e nei consumi e quindi in ciò che si mangia, si beve, si vede al cinema, o si trova in libreria. Per converso, specie in Italia, si assiste alla vivacità di alcune comunità locali dove si coltivano propositi audaci nella convinzione di poter giocare un ruolo decisivo in prima persona, nell’arena globale, senza l’asfissiante controllo dello Stato. Al nord, si pensa che la vitalità delle piccole imprese possa essere la carta vincente in un mercato globale quanto mai dinamico; al sud, si vagheggia di città – paesaggio sempre più attrattive per i turisti, ma nei fatti sempre più sepolcri di sé stesse. Tutte e due le ambizioni, a me pare, sono veri e propri vaneggiamenti, figli dello sradicamento e della perdita di identità diffusa del Paese, che non tengono conto dei reali rapporti di forze che si stanno delineando nel mondo. Come altre volte nella nostra storia, siamo al si salvi chi può.

Si è detto della globalizzazione e del dissolvimento dell’identità italiana cui essa ha contribuito. L’altra causa fondamentale la intravedo nello straordinario sviluppo della tecnica che, intesa come la intende Severino nel senso di incremento indefinito della potenza, sta mutando radicalmente i mezzi in fini. Si ha la sensazione di essere agli albori di una nuova epoca, dove l’uomo comune è destinato sempre di più a identificarsi come funzionario dell’apparato tecnico e, in questa identificazione, tutto il portato di saperi non direttamente monetizzabili appare un residuo del passato. Ecco che la scuola che si vagheggia nel discorso pubblico ormai non fa altro che strizzare l’occhio all’impresa, esecrando non appena possibile il cosiddetto nozionismo (come se nella scuola attuale ve ne fosse ancora traccia!). A questo proposito potrebbe essere molto istruttivo l’articolo a firma, tra gli altri, di Lupi, Rosato, Carfagna, Romeo, Delrio, Gelmini sul Corriere del 14 agosto “l’educazione sfida centrale anche per il mondo produttivo” che, se non fosse grottesco, sarebbe comico, per l’omologazione culturale e il pensiero unico perbenista e superficiale che trasuda.

Vista l’imponente natura delle cause che ne stanno determinando l’emarginazione, il destino della storia e, con esso, quello di discipline quali la geografia, il latino e il greco antico appare segnato. Saremo tutti più ignoranti, sempre più inconsapevoli di esserlo, e quindi sempre più inclini ad abbandonare il piano dialettico a favore di slogan urlati. Sempre più incauti e pronti a credere a complotti e a poteri occulti, vogliosi di ripararci nel nostro orticello e ignari della irriducibile complessità della Storia che, per dirla con De Gregori, “… non si ferma davvero davanti a un portone, la Storia entra dentro le stanze e le brucia, la Storia dà torto o dà ragione, la Storia siamo noi…”.