Rapporto tra realtà e modello e leggi scientifiche di copertura

In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava una Città, e la mappa dell’Impero, tutta una Provincia.
Col tempo, queste Mappe Smisurate non bastarono più e i Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le generazioni seguenti, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che questa mappa enorme era inutile e non senza empietà la abbandonarono alle inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate rovine della Mappa, abitate da animali e mendichi; in tutto il Paese non esiste altra reliquia delle Discipline Geografiche.

Nel racconto di Borges (L’artefice) il modello (la carta geografica) coincide con la realtà (l’impero) e diventa così inutilizzabile, non avendo altro fine se non quello di dimostrare la sua stessa perfezione. Perfezione, tra l’altro, discutibile se si considera la circostanza che ogni mappa 1:1, a causa della sua stessa esistenza, riproduce il territorio in modo sempre infedele (Eco, “Dell’impossibilità di costruire la carta dell’impero 1 a 1”, Il secondo diario minimo, 1992).

Si tratta quindi di un ottimo esempio di pessimo modello (Ugo, “Fondamenti della rappresentazione architettonica”, Progetto Leonardo 1994) che serve a chiarire l’inutilità di modellare la realtà tentando di riprodurla.

In altre parole, si pensi al rapporto (del tutto analogo a quello tra realtà e modello) che si instaura tra rappresentazione laser-scanner e disegno: il laser-scanner restituisce senza filtro, in maniera acritica, tutto ciò che appare, l’intera realtà fenomenica; il disegno, quando è chiaro e sintetico, indica invece le caratteristiche essenziali, il noumeno, di un oggetto. Di conseguenza ciò che non è essenziale deve essere lasciato da parte perché arreca addirittura danno all’informazione principale.

In tal senso, Geymonat e Giorello (“Modello” voce tratta dall’Enciclopedia Einaudi, 1980) parlano del modello come di immagine impoverita, semplificazione della realtà, in quanto nella sua costruzione è necessario trascurare alcuni particolari della situazione modellizzata.

Ecco, quindi, le caratteristiche imprescindibili di un buon modello: concentrazione sull’essenziale ed eliminazione del superfluo. In altre parole, un modello è e deve essere astratto, nell’accezione comune di questo termine; tuttavia, ed in un certo senso in modo paradossale, se il modello è buono esso fornisce la chiave per comprendere la realtà (Baran e Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, 1968).

Il modello, insomma, non esiste in quanto tale ma solo per risolvere un problema determinato e, quindi, la sua validità è relegata soltanto in specifici ambiti: ogni modello ha i suoi limiti e non va utilizzato al di fuori di essi. Anche la semplice affermazione 1 + 1 = 2 non gode di validità assoluta: risulta vera, ad esempio, nel sistema numerico decimale ma è falsa in quello binario, nel quale 1 + 1 = 10. Non è questa poi la sede poi per marcare la divaricazione fra verità, intesa come episteme, e realtà (Severino, Nuovo realismo, vecchio dibattito. Tutto già conosciuto da millenni, Corriere della sera del 31.08.2011).

Ciò, tutt’altro che risultare la disfatta di un approccio scientifico, ne costituisce l’essenza: una teoria è scientifica nella misura in cui può essere smentita e quindi la sua validità è subordinata a delle ipotesi e assunzioni di base (Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica, vol 1: Il realismo e lo scopo della scienza, 1984).

Non bisogna dimenticare, peraltro, che non c’è analogia valida se non in seno a una teoria (Canguilhelm, The Role of Analogy and Models in Biological Discovery, 1961). Questo aspetto è spesso trascurato credendo di poter sfuggire al giogo dell’inquadramento teorico, ma ciò è falso ed è opportuno ricordare che anche la semplice diagrammazione dei risultati di una prova di laboratorio richiede una teoria di riferimento.

Naturalmente, il rapporto tra modello e realtà è fortemente condizionato dallo svolgimento dello sviluppo tecnologico dell’uomo, ossia dallo sviluppo di mezzi di calcolo sempre più potenti e dall’utilizzo di strumenti di misura sempre più precisi. Ciò piuttosto che appiattire il piano della realtà con quello del modello, ci porta a diventare utenti indifesi e acritici, spesso dimentichi di celebre insegnamento appreso nella Facoltà di Ingegneria: “Il calcolatore non è altro che una macchina per salsicce, priva della capacità di discernimento. A carne di maiale seguiranno salsicce di maiale. A carne di topo, salsicce di topo” (Carlo Viggiani).

Tenendo conto di quanto detto, si può cogliere la profonda inquietudine che vi è, oggi, dietro la prospettiva del nesso casuale che anima l’intero impianto del diritto penale moderno. Ecco che la comprensione della limitatezza di un modello numerico, sia pure buono, si ripercuote sul piano del diritto, sia sostanziale che processuale.

Tutto ciò che ci circonda è conoscibile non attraverso leggi di natura deterministica, che ci assicurerebbero solide (ma false) certezze, ma solo attraverso leggi scientifiche di copertura probabilistiche, le quali rifuggono per loro natura da (false) certezze, ma ci danno una misura dell’affidabilità del risultato. Si tratta, in ultima analisi, di prendere coscienza (inverandolo, per quanto possibile) del principio di indeterminatezza di Heisenberg (The Actual Content of Quantum Theoretical Kinematics and Mechanics, 1927), secondo il quale fra causa ed effetto non vi è un rapporto precisamente necessario e costante, ma solo abituale e probabile.

Il paradosso di Frege – Russell

Era stato Gottlob Frege a sostenere negli ultimi anni del XIX secolo che tutta la teoria degli insiemi, e quindi tutta la matematica, può venire giustificata in base alle regole della logica formale. Senonché la clamorosa scoperta di alcune antinomie mise in crisi tale approccio. L’antinomia più celebre fu quella scoperta da Russell, passata alla storia come paradosso di Frege – Russell.

Per dirla con Corrado Mangione, venne travolta l’idea di una logica che, stabilito opportunamente il suo linguaggio e le sue regole di inferenza, è in grado di trascrivere deduttivamente tutta la matematica.